Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
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Ogni tanto mi faccio domande cui non so dare una risposta.
Raramente in realtà, sono abbastanza presuntuoso da credere di averla in tasca la verità.
Ma a volte queste domande saltano fuori e non ho bisogno di andare a frugare con le mani nei pantaloni per sapere di non avere una soluzione a quei perché. So che non so cosa dire, punto.
E non so chi me le può dare queste risposte perchè forse certe domande sono destinate a rimanere lì, sospese tra le labbra e il cielo.
In quel caso aspetto. O che la domanda torni da dove è venuta, maledetta lei, oppure che mi sembri logico non avere una risposta. E di solito accade.
Altre volte vedo che c'è qualcuno che potrebbe darmela una risposta, una mano. E magari con volontà non me la dà. E io mi incazzo.
Ma alla fine, in barba a tutti, se frugo nelle tasche, in fondo in fondo, eccola lì, la trovo.
La risposta.
Oggi ho ascoltato i discorsi che, fatti a voce troppo alta, vivevano accanto al mio tavolino al bar sotto l'ufficio. Parlavano di me. E dei miei colleghi e del mio lavoro, senza sapere che li accanto c'eravamo noi. Non sapevano che quelle persone di cui parlavano avevano le nostre facce. Parlavano a vanvera. Naturalmente malissimo. Me ne sono accorto perchè non appena ho raggiunto la mia sedia i miei colleghi già friggevano e masticavano in silenzio, indicandomi con la testa il trio di perditempo snob sui cinquant'anni che pranzava insalate a fianco a noi. Ho cercato di distrarmi. Di dire chisseneimporta. Ma le parole superficiali che uscivano dalle loro bocche come sentenze mi facevano imbufalire. Mangiamo in fretta e ci alziamo per pagare e un mio collega non resiste a fare una battuta. Le facce del trio sbiancano per ritrovare subito forza in una qualche giustificazione inutile. Intervengo anche io, con il sangue al cervello. Fossimo stati più ignoranti saremmo arrivati alle mani, e invece ci siamo solo insultati a vicenda.
Salito sull'ascensore, tornato in ufficio, ho ripreso a lavorare con più vigore.
Alla faccia di chi ci vuole male.
Ieri ho preso l'aereo e mentre decollava ho smesso di leggere il libro. Non so perchè ma mi sono immaginato che l'aereo inciampasse. In un sasso o in una crepa dell'asfalto, proprio nel momento in cui si stacca da terra. E non ho avuto paura. Mi sono immaginato che l'aereo salisse qualche decina di metri per poi ricascare e mi sentivo sicuro. E nello stesso tempo pensavo che non avevo con me una macchina fotografica per immortalare l'evento. Le facce dei passegeri, le urla degli uomini in giacca e cravatta, le fiamme, i rottami, i feriti e forse qualche morto. Ho sempre sognato di essere spettatore passivo (attivo) di un evento di cronaca. Essendoci in mezzo ma non entrandoci fino in fondo, senza essere una vittima insomma. E così, quando ormai si vedeva anche il mare, ho acceso il cellulare, dove la camera da tre mega pixel era pronta a scattare in caso di disastro...
Ma non è successo niente...
Domani, lavoro permettendo, faccio un salto a Milano. Volo delle 15. Airone, per evitare scioperi dell'ultimo minuto... In serata ritiro il premio per il concorso Viaggi e Relax e la mattina dopo torno a Roma, approfittando per salutare la mia famiglia che non vedo da priam dell'estate. Nel frattempo è arrivata anche la notizia che lo stesso racconto, con qualche modifica, ha vinto anche il concorso di Hostel Club e mi porto a casa così una notte a Venezia per due persone...
Inizialmente mi ha incuriosito il pacco. Insolito per un dvd. Di grande formato, come si trattasse di un grosso libro di fotografia. Sulla copertina gli occhi di un bimbo curioso e, dietro, Amir Khan, la star indiana di Lagaan. Tutto attorno pesci e polipi e uccelli colorati. Disegni di bimbi attorno al titolo del film: Taare Zameen Par (तारे ज़मीन पर) che in italiano significa "Stelle sulla terra" ma che in inglese è diventato "Ogni bambino è speciale".

Per 499 rupie, meno di dieci euro, ho comprato il pacco del film a Calcutta, l'ho infilato nello zaino e l'ho portato in giro per l'India prima di arrivare in Italia. A casa il pacco è rimasto sulla libreria fino a ieri sera.
E ha aspettato troppo.
Il film racconta di un bambino di dieci anni, il bravissimo Darsheel Safary, che vive nel suo mondo. Niente di più e niente di meno di un bambino o troppo introverso o troppo curioso. Sogna ad occhi aperti, ama fermarsi e fissare le cose belle del mondo, sente la vita aprendo le braccia contro il vento dal finestrino di un autobus. Ma Ishaan, così si chiama il bambino, in realtà e malato. E nessuno lo capisce. Niente di grave in realtà, solo un po' di dislessia. Che non riconosciuta però porta i genitori a crederlo un ribelle e a chiuderlo in un collegio dove, per fortuna, trova iun insegnante d'arte che capsice il suo disagio, lo stesso di Einstein, e lo salva dalla solitudine e dall'isolamento guidandolo verso la sua strada.
Il tutto condito da qualche canzone che, se nei film di bollywood sono un momento di svago e divertimento, qui diventano casse di risonanza delle emozioni che il film accompagna a vivere, a volte un po' troppo ammiccando.

Un film da vedere assolutamente, recuperandolo in rete o in una videoteca indiana per ora, visto che non è prevista una distribuzione italiana. La Walt Disney intanto ha acquistato i diritti per la distribuzione Home Video per America, Uk e Australia, speriamo che si accaparri anche quelli per il resto del mondo, così da portarlo anche nelle nostre videoteche. Altrimenti ci tocca sperare che Taare Zameen Par vinca l'Oscar per cui è appena stato candidato dall'India.
Nel bellissimo pacco del film (uscito in India a fine luglio 2008, sette mesi dopo la prima nei cinema) con il dvd ci sono anche un dvd di contenuti speciali, il cd della colonna sonora, un flip book (che si trova anche nel film), due stampe da appendere, opuscoli e un libricino. Qui i trailers.
La chiesa si svecchia e prega on line. E al cellulare. E via wap. E sul palmare. E via mail.
Per avvicinarsi ai giovani usando mezzi giovani.
Peccato che i contenuti non cambino e l'approccio alla fede sia identico a quello che si ha nelle chiese o negli oratori. Noioso e antico. Senza interazione vera, come una pioggia che arriva dall'alto.
A quando la FEDE 2.0?
Intanto gustatevi questo gioco on line...
Amo viaggiare e ancora di più amo raccontare. E raccontare di viaggi mi piace davvero tanto.

Con un racconto tratto da un post scritto su questo blog quando ero a Bombay e qualche foto che ho fatto lì ho vinto il secondo premio in un concorso di racconti di viaggio. Come era successo l'anno scorso quando in un altro concorso avevo vinto un biglietto per Madrid.
Quest'anno volerò in Egitto. Pronto per scrivere nuovi racconti e scattare nuove foto.
Vorrei avere cento mani e cento teste e cento occhi. Vorrei fare cento cose contemporaneamente ma la vita mi obbliga a farne una. Ma la testa intanto gira, ma gira a vuoto, e così va a finire che ti tocca dire che ti gira la testa, ma non è come pensi. Ci vorrebbero 48 ore in un giorno, o forse basterebbero dieci ore in più, o qualche ora in meno di lavoro. Per togliersi quel senso di insoddisfazione, per ricordarsi tutto, per non perdersi niente. Oppure basterebbe avere un po' di calma e bersi una camomilla... Ma io non amo la camomilla e odio la calma.
Come sarei stato...
Perchè il passato è passato, ma a volte ritorna. Purtroppo.
La pioggia insistente e pesante di ieri mi ha fatto paura. Ho pensato che sarebbe arrivato il diluvio. Forse addirittura quello Universale. Così mi sono messo a cercare sille Pagine Bianche Noè.
Ho trovato 796 risultati.
Immagino che il primo sia quello giusto.
Vive a Castano Primo, in provincia di Milano, in via Nino Bixio. E sull'elenco telefonico non ha nemmeno il cognome, non serve.
Ma se scorro l'elenco degli altri Noè (forse il primo è solo un usurpatore) trovo gente strana.
Noè a Mare Disperso Salvatore, ad esempio, ha sicuramente qualcosa a che fare con il diluvio, sarà lui quello che cerco?
Più in basso ecco a San Salvo (Nomen Omen): Noè Antonio Installatore Idraulico. Una chiara professione di copertura. Il problema è che di idraulici ne trovo altri 3. Tuttio si chiamano Noè. Tutti hanno problemi con le acque, senza essere in cinta.
A Buccinasco trovo Noè Ardito che con il suo coraggio può essere il Noè che cerco, o forse il Nostro si nasconde nell'Ambulatorio per Animali Noè, dove sta preparando le coppie da condurre in salvo. O forse si nasconde a Guanzate dove trovo un Noè Falegname, alle prese con la costruzione dell'Arca.
Sono confuso. E la pioggia intanto batte sulla finestra fino a non far vedere più cosa c'è fuori.
Mi decido e chiamo il primo Noè. Non c'è più tempo. E' lui sicuramente, a Castano Primo provincia di Milano.
0331 883960
Occupato. Tutto il mondo lo stà chiamando. Se tutti gli animali lo stanno chiamando, passeranno giorni prima che possa trovarlo libero.
Per fortuna che ora ha smesso di piovere. Grazie a Dio.
Se avete almeno dieci minuti di tempo (dieci, non di meno, non basterebbero). passate dal sito www.thecide.com e scoprite qualcosa di davvero diverso: "The Cide".
Un fotoromanzo che al computer diventa quasi un fumetto o un libro illustrato o una graphic novel, ma appena si gira la pagina (virtuale) si muove. Poco, un accenno.
Quanto basta per non farti credere di stare leggendo un giornaletto. E poi i suoni, anche lì un accenno, mescolati alla musica. Per raccontare una storia che in questa prima puntata si accenna appena, ma che nei numeri successivi si racconterà in Italiano, Inglese, Francese, Portoghese e Spagnolo. Una cosa davvero nuova che merita pubblicità, perchè chi ci ha lavorato ha investito tempo libero e qualche soldo e tanta passione e tanta creatività, rinunciando a sere libere con le fidanzate per seguire le storie che si raccontavano con le foto per poi diventare altro. Il tutto appena fuori Roma, verso il mare.
Fate girare il link, fatelo per il web, fatelo per voi.
La notizia di una morte ci lascia quasi sempre indifferenti.
La guerra, le bombe, le alluvioni, i suicidi. Lo stesso quando qualcuno ci racconta della morte di qualche loro amico o parente che non conosciamo. In questi casi la morte è come il matrimonio, la nascita, l'acquisto di una casa: un evento importante nella vita di qualcuno. E come non ci tocca il matrimonio di qualcuno che non conosciamo, allo stesso modo non ci tocca la morte.
Diverso è quando a morire è qualcuno che fa parte del nostro mondo, della nostra rubrica del cellulare, degli amici di facebook, dei fratelli degli amici, degli amici degli amici. Gente che magari abbiamo visto una sola volta e che probabilmente non avremmo rivisto più ma che ora sicuramente non rivedremo più. Con assoluta certezza.
Poniamo il caso che dall'Alto fossimo posti davanti al seguente dilemma: scegli se schiacciare il bottone blu e far morire una qualsiasi delle persone che hai sulla rubrica del cellulare oppure scegli di schiacciare quello rosso e decidi di far morire mille bambini a caso in Rwanda.
Come reagiremmo? In sincerità credo che chiunque schiaccerebbe senza indugio il bottone rosso. Con sensi di colpa, con dolore, con rimorsi. Ma schiaccerebbe senza subbio il bottone rosso. E mille bambini africani morirebbero.
E in quel caso saremmo delle bestie? Non credo.
Credo che sia umano considerare la morte solo quando ci tocca. Come è successo a me ieri, quando in mattinata mi ha raggiunto la notizia che un amico dei miei genitori ha perso il figlio, 20 anni e mille progetti, in un incidente stradale.
Morto sul colpo tra i rottami silenziosi in una notte piovosa della Brianza.
Ed è stato diverso, rispetto agli articoli di giornale. E' stato diverso, anche se questo ragazzo non lo vedevo da dieci anni o forse più, è stato diverso perchè so chi sta piangendo. Mentre per i mille bambini africani non conoscerei nemmeno una persona che sarebbe travolta dal dolore.
E, senza indugio mai, schiaccerei sempre il bottone rosso.
Click.
Tra le varie cose che ho portato con me dall'India ci sono anche alcuni film, tra cui Saawriya, un blockbuster prodotto da Bollywood basato sulla storia delle Notti Bianche. Il film musicale è stato promosso in India come il Moulin Rouge Masala, interamente girato in studio dove è stata ricostruita una scenografia ispirata al film di Baz Luhrmann, con tanto di scritte fatte con le lampadine e un'etera a fare da racconta storie. Nel complesso il film ai nostri occhi risulta un po' naif e il protagonsita sembra quasi senza spessore drammatico, ma le scene musicali sono davvero belle. Su Youtube si trovano molti spezzoni del film, qui un trailer.
Un altro trailer indiano che vi consiglio è quello del film Jodhaa Akbar, del regista di Lagaan, l'unico grande film di Bollywood arrivato in occidente. In India, uscito all'inizio del 2008, è stato un successo e anche di questo film ho recuperato un dvd che non vedo l'ora di vedere. Basta soltanto ritaglairsi quattro ore di tempo libero... Ma le immagini del trailer lasciano sperare in un film colossale.
Sono stato al CERN di Ginevra oltre dieci anni fa, in gita scolastica con l'insegnante di matematica, una simpatica cicciona dalla faccia rossa di capillari rotti a causa delle urla in falsetto.
Per lei era una cosa importante, per noi l'occasione di una gita fuori porta.
Il ricordo di quella giornata è una passeggiata tra corridoi asettici, cartelli esplicativi, scienziati in camice bianco e tante parole che mi facevano sentire sul set di X-Files.
Eppure in quel luogo (protagonista anche di un romanzo di Dan Brown) si gioca a fare Dio, si crea materia, facendo scontrare energia (e uguale emmecidue, al contrario). E per opera dei piccoli Dei nascono cose. Atomi per lo più, che dopo poco si dissolvono, ma si tratta di qualcosa che non ha fatto Dio.
Domani gli scienziati provano con un altro esperimento, ricreando quello che quattordicimila miliardi di anni fa ha fatto Dio. E si grida alla fine del mondo (Dio può farsi uomo ma l'uomo non può farsi Dio).
E per scongiurare la paura, per far capire che si tratta sempre e comunque di un gioco, gli scienziati del CERN ballano e cantano qui. Con un investimento di miliardi di miliardi di euro.
Rapito dalla poesia di una donna sudamericana che canta con accento romanesco Sole Mio in metropolitana, facendo soffiare una fisarmonica slava a tempo con la musica orchestrale che esce dal piccolo stereo ai suoi piedi, mentre attorno a lei i passeggeri italiani sfogliano distratti un quotidiano gratuito e quelli stranieri applaudono contenti di quel tocco così tipico di italianità.
Rapito da questo, sonnecchio.