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Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.

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sabato, 23 febbraio 2008

Se al mondo esiste qualcosa che conta più della parola è la parola accompagnata dal gesto. E se esiste qualcosa che conta ancora di più è il sentimento che accompagna gesto e parola.
 
If to the world something exists that it more counts of the word is the word accompanied from the gesture. And if it exists something that it still counts more is the feeling that accompanies gesture and word.
 
Wenn zur Welt etwas besteht, daß es mehr Zählimpulse des Wortes das Wort ist, das von der Geste begleitet wird. Und wenn es etwas besteht, daß es noch zählt, ist mehr das Gefühl, das Geste und Wort begleitet.
 
Si au monde il existe légèrement que ce sont plus d'impulsions de compte du mot le mot qui est accompagné de geste. Et s'il existe légèrement qu'il compte encore, plus le sentiment, est accompagné geste et mot.
 
Si del mundo existe ligeramente que son más d'impulsions de cuenta de la palabra la palabra que se acompaña de gesto. Y s'il existe ligeramente qu'il cuenta aún, más el sentimiento, se acompaña gesto y calabra.
 
If of the world it exists slightly that they are more d'impulsions of account of the word the word that is accompanied by gesture. And s'il exists qu'il account slightly still, plus the feeling, it accompanies gesture and word.
 
Se del mondo esiste un po' che sono più d'impulsi del cliente della parola la parola che è accompagnata dal gesto. E se il esiste un po' ancora cliente di più la sensibilità, esso accompagna il gesto e la parola.
se la parola conta, mai fidarsi dei traduttori automatici online...

Postato da: creativamente a 14:24 | link | commenti (2) |

giovedì, 21 febbraio 2008

Se vi capitano tra le mani, leggete i libri di Andrea Vitali. Sono editi da Garzanti.

A me ne hanno regalati due a Natale, Il segreto di Ortelia e La figlia del podestà (Premio Bancarella 2006). Si leggono velocemente, quasi fossero appunti di cronache. Senza guizzi particolari, senza velleità di nessun tipo, sono scritti con uno stile colloquiale e semplice e raccontano della gente del Lago di Como. In particolare di Bellano, sulla sponda lecchese. Un paesotto sempre in ombra a causa delle montagne, senza turismo, lontano mille miglia dalla città, anche se poco distante da Lecco.

Vitali nei suoi libri ricostruisce un microcosmo fatto di panettieri e macellai, podestà e segretari, telefoniste e albergatori. Una Dynasty di provincia, dice la sovracopertina.

Tutti sanno tutto di tutti. Come nei migliori paesi delle nostre parti.

E mi viene in mente mio nonno, morto poco tempo fa, che ha vissuto la maggior parte della sua vita in un paesino arroccato tra le valli sopra il Lago di Como. Ogni volta che qualcuno passava lungo la stradina stretta che costeggiava la sua casa lui qualsiasi cosa stesse facendo si distraeva, appena un attimo e con lo sguardo spiava attraverso le tende, nascosto nella penombra della casa.

Voleva sapere chi fosse, dove fosse andato, cosa avesse fatto e cose così. Controllava anche le macchine che salivano e scendevano. Piccole curiosità innocenti, che però muovono paesi interi.

Nelle città certe storie non si possono raccontare. Se ne raccontano altre. Più malinconiche.

Postato da: creativamente a 23:18 | link | commenti (2) |

giovedì, 14 febbraio 2008

In questi giorni cammino che sembro volare.

Basta saper guardare tutto con un sorriso, non prendersela mai, dimenticarsi le cose brutte e avere sempre ben in testa quelle belle.

E avere un bagaglio di sogni in tasca da far invidia ad un poeta.

Postato da: creativamente a 22:51 | link | commenti (6) |

domenica, 10 febbraio 2008

l'11 febbraio 2008 ricorre il centocinquantesimo anniversario dell'apparizione della Madonna di Lourdes.

Io ci sono passato un paio di anni fa, mentre tornavo dal Portogallo con degli amici.

Decine di ammalati in fila, sdraiati su un lettino, aspettavano pazienti di arrivare alla piscina miracolosa, snocciolando rosari in un brusio continuo. Sedie a rotelle, menomati, suore e preti, vecchi e bambini. Di tutto e di più, tutti accalcati attorno alla grotta sotto la chiesa, dove Bernadette ha visto la madonna. Nel 1858.

Fin da quando ero piccolo mia nonna mi ha raccontato una storia che riguarda Lourdes e che ieri sera, approfittando del fatto di essere tornato a casa dei miei  genitori per il weekend, mi sono fatto ripetere.

Correva l'anno 1960, poco dopo il centenario della Madonna che aveva rilanciato il culto, già florido, in tutto il mondo. E in particolare in Italia, da cui proviene un terzo dei pellegrini di Lourdes.

Mio zio aveva otto anni e un'asma che aveva tormentato lui e tutta la famiglia fin dal giorno della sua nascita. Quell'anno le cose erano peggiorate e i miei nonni si erano detti di non avere altra scelta: sarebbero andati a Lourdes per chiedere una grazia.

A partire sono i due genitori, i tre figli (9, 8 e 4 anni), uno zio e una macchina famigliare carica di cose per il campeggio.

La tenda la costruì mia nonna con suo fratello falegname. Fecero tagliare dei tondini di metallo che fungessero da pali per tenere in piedi l'enorme tenda che mia nonna cucì utilizzando la stoffa di crine di cavallo che lei stessa tesseva. All'interno costruirono una camera di lino e una struttura di metallo che sorreggeva dei letti a castello artigianali. Un'opera perfetta.

Pronti. Si parte. Via.

Il viaggio non è lungo, ma è lunghissimo. Soprattutto se hai sul tetto due casse di legno cariche di pentolame e cibo, oltre che della tenda artigianale.

Arrivano a Lourdes che c'è un diluvio. Questo se lo ricordano tutti i presenti. Montano la tenda e ci mettono a dormire. Il problema è che il malato, il bimbo di otto anni, nella tenda di lino acuisce la sua malattia ed è costretto quindi a dormire con mia nonna in macchina...

Il giorno dopo vanno al Santuario e trovano una fila enorme. Mia nonna vorrebbe rinunciare al bagno santo, anche perchè il bambino sta molto male, e forse non è il caso di fargli fare il bagno. Mia nonno invece, con la fede popolare sotto un braccio, e il figlio con l'asma sotto ll'altro, si mette in coda e tra le dieci e le dieci e trenta fa il bagno nell'acqua di Marie-Bernarde Soubiroux.

Inutile dire che i racconti riportano che, dopo il bagno, il malato è rinato.

Ma la leggenda si spinge oltre e dice che nei tre giorni successivi (tre, non un numero a caso) tra le dieci e le dieci e trenta il bambino asmatico ha vomitato una schiuma bianca di non ben definita natura.

L'espiazione della malattia.

Oggi quel bambino ha 55 anni e non ha più l'asma.

Postato da: creativamente a 16:31 | link | commenti (3) |

venerdì, 08 febbraio 2008

Mi piace quando mi raccontano le storie.

Storie vere o inventate, proprie o altrui. Mi piace chi sa raccontare le storie, starei ad ascoltarlo per ore. E anche a me piace raccontarle, e lo faccio sempre. Anche qui.

Le storie danno un senso alle cose.

Un fatto diventato racconto assume importanza, diventa finalmente vero, anche se già lo era.

La finzione dà realtà al reale.

Postato da: creativamente a 12:39 | link | commenti (1) |

martedì, 05 febbraio 2008

E dal deserto torniamo al Cairo. Due giorni prima di tornare in Italia.

Carichi di stanchezza ed entusiasmo, di curiosità e ricordi.

Esausti per il viaggio ma adrenalinici per il viaggio.

Malinconici per la partenza, gioiosi per essere ancora in giro.

Dell'Egitto ci manca il Museo del Cairo, cui arriviamo presto la mattina, lasciando a casa la macchina fotografica cui non è permesso nemmeno l'ingresso. La calca si muove lentamente tra i reperti preziosi accatastati l'uno sull'altro in ordine cronologico e con un allestimento che fa perdere loro importanza. Andiamo dritti alla sala dell'arte amarniana, quella con i pochi esemplari rimasti delle opere dell'epoca del Faraone Eretico e la sua bellissima moglie Nefertiti di cui rimane un famosissimo frammento del volto. Reale e moderno, da esporre alla biennale di Venezia.

Da lì saliamo alle sale di Tutankhamen, il figlio di  Akhenaten, famoso per la tomba scoperta da Carter nel 1922. Centinaia di volte ho visto sui libri la maschera dorata, o il trono scolpito nel legno e nei preziosi, o i letti, o i sarcogagi, o i gioielli, o i canopi, ma vederli dal vivo toglie il fiato. Nella sala nera e impolverata, si torna indietro di ottant'anni, e quasi si respira ancora l'aria della maledizione che colpì gli scopritori... ma è solo aria viziata.

Da lì alla sala delle mummie reali, a girare tra cadaveri mummificati, spogliati di bende e amuleti, esposti come opere d'arte alla contemplazione di chiunque. Una beffa considerando tutto il lavoro che fu fatto per nascondere quei corpi dall'eternità curiosa e infinita che non li ha scovati per migliaia di anni. E poi arriviamo noi, con la nostra curiosità e cultura che trasforma ogni dettaglio in esperienza. Ogni corpo in opera, ogni brandello di pelle in texture, ogni capello in fibra, ogni dente in un gioiello...

Dal Museo andiamo alla Cittadella del Saladino, con la sua moschea copiata dalla Turchia.

Togliamo le scarpe e giriamo tra i mussulmani in preghiera sotto l'enorme lampadario.

Giro come un monaco sufi, un derviscio in estasi. Cerco di perdermi, mi perdo, mi ritrovo.

C'è un'aria di pace qui, come in tutte le moschee dove sono stato nella mia vita, in Turchia, in Tunisia e in Marocco, ed è incredibile pensare come la meditazione pacifica di quelle sure possa aver portato e portare allo sfacelo del terrorismo di oggi.

Dalle moschee alle chiese il passo è breve. Cristiani Copti, con il loro papa che risiede ad Alessandria, con la barba nera e il vestito bianco.

Ci sentiamo quasi a casa, ma è solo un'illusione: basta guardare le icone appese al muro.

Prima di lasciare l'Egitto ci buttiamo nel mercato, circondati da compratori e truffatori. Cerchiamo di mangiare  un fitir, una pizza ripiena molto diffusa in Egitto, ma quelli del bar non ce l'hanno e mandano un ragazzo a cercarla per il mercato, facendoci aspettare decine di minuti. Ce ne andiamo, lasciando dietro di noi una teoria di uomini blateranti che ci inseguono fino a che ci perdiamo tra banchi di vestiti da danza del ventre e ciabattini e gioiellieri e profumieri. Fino a fermarci da una donna che per pochi soldi ci accompagna nel chiosco di fitir più frequentato del mercato.

Tramonta il sole e ci spostiamo a Zamalek, l'isola al centro del Nilo, centro di tutta la gioventù rampante dell'Egitto e culla della nuova borghesia.

Qui si concentrano i bar all'occidentale cuciti addosso al gusto arabo, le pizzerie in salsa egiziana, le balere che mischiano musica tradizionale a 50Cent, le gallerie d'arte e i bistrot.

Da lì camminiamo lungo il fiume fino a Downtown, dove ci infiliamo in una pasticceria a comprare dolci egiziani. Qui nessuno parla inglese e per arrivare al banco bisogna sgomitare tra vocianti massaie che comprano dolci per la famiglia.

A cena ci diamo dentro con la fatta, una zuppa di riso e pane con aglio e aceto e carne d'agello, la Molokhiyya, una zuppa viscida e acida di malva con brodo di coniglio, piccione alla griglia, oltre che kofta e kebab...

Passeggiata per digerire tra negozi aperti tutta la notte e migliaia di giovani che riempioni i marciapiedi, e poi in taxi verso Giza, al nostro Hotel.

Ad un passo da casa.

Il giorno dopo si torna, per ripartire con la vita vera.

Pronti a girare di nuovo in giro al mondo alla prima occasione...

Postato da: creativamente a 22:29 | link | commenti (2) |

lunedì, 04 febbraio 2008

La giornata di oggi prevede di girare con la jeep una parte del deserto egiziano attorno alle Oasi, verso la Libia. Partiamo caricando i nostri zaini sulla jeep che è già stracolma di cose che ci serviranno per passare la notte nel deserto...

Come prima cosa ci fermiamo a prendere l'acqua. Non quella da bere, ma quella per cucinare, per lavarsi. Per farlo svoltiamo verso un villaggio beduino dove compro anche un cappello di lana di cammello che mi proteggerà durante la notte fredda nel deserto.

C'è il sole, e posso stare in giro in maniche di camicia, ma so che più tardi il tramonto arriverà accompagnato dal freddo.

Poco dopo ci fermiamo in un altro villaggio per reuperare della legna per accendere il fuoco. Appena il rombo della nostra 4x4 squarcia la tranquillità del piccolo villaggio di fango e paglia, ecco che si avvicina di corsa un bambino che parla con il nostro autista. Poco dopo sparisce e ritorna con una carriola carica di legna.

Vede che sui sedili posteriori ci siamo noi e ci sorride, io tiro fuori un grande matitone con sopra il Colosseo e glielo regalo. E' un attimo e la nostra jeep è circondata di bambini che si mettono in posa per la mia macchina fotografica e in cambio chiedono solo di poter vedere la foto e qualche penna o matita.

Per fortuna in ogni hotel dove sono stato ho rubato penne e matite e così le distribuisco fino a finirle.

I bambini sorridono e giocano, mentre il nostro autista carica la legna sul tetto dell'auto.

Solo una bimba sta in disparte, attaccata alla gamba del padre che nel frattempo è arrivato per ritirare i soldi della legna. Ci guarda fissi e sorride, con il capo nascosto dal velo che porterà tutta la vita. Sorride, e mentre sorrido penso che i bambini di tutto il mondo siano tutti uguali. Con velo o senza velo, scalzi o con gli stivaletti firmati.

Come del resto gli uomini.

Prima di addentrarci nel deserto ci fermiamo ad un altro villaggio dove c'è una specie di abbeveratoio di cemento in cui è stata incanalata una fonte termale di acqua calda, a poco più di 40 gradi.

Attorno alla fonte gli asini pascolano legati ai pali, e poco distante brulica il villaggio beduino. Visto che dovremo stare due giorni senza lavarci ne approfitto per fare un bagno con il nostro autista che si arma di shampoo e bagnoschiuma per lavarsi ben bene.

Io mi sistemo proprio dove il getto dell'acqua calda si butta nella fontana e mi godo un idromassaggio naturale, stretto tra gli asini e il deserto.

Il sole asciuga velocemente e subito dopo siamo di nuovo in viaggio attraverso il nulla.

Poco oltre deviamo attraverso i sassi per arrivare sotto la cima più alta del deserto nero. Il Black Desert è una parte rocciosa del territorio attorno all'Oasi ricoperta di grandi e piccoli sassi neri di origine vulcanica.

Il risultato è una vallata di piccoli colli neri fino a quando si perde l'occhio nell'opaco del calore.

Ci arrampichiamo sulla cima con fatica, soprattutto Mariachiara che ha avuto fino a poche ore prima la febbre. Ma anche lei non demorde, e lo spettacolo ripaga lo sforzo.

La tappa successiva è la montagna di cristallo, una piccola altura non lontana dalla strada composta interamente da cristalli di quarzo che risplendono sotto i raggi del sole che si spezzettano in ogni sfaccettatura delle pietre.

Raccogliamo qualche sasso e alcune formazioni molto belle che ora si impolverano sulla mia libreria.

Risaliamo sulla Jeep e ci addentiramo nel deserto attraverso dune di sabbia. E' questa la prima e unica parte del nostro Safari che attraversa deserto sabbioso, che non è abbondante in Egitto...

La Jeep si arrampica e scivola, gira e romba, sale e si butta. Anche noi corriamo a piedi nudi su e giù per le dune, con le sciarpe in testa e i sorrisi stampati in faccia.

Intanto il sole già si sta abbassando sull'orizzonte, e il paesaggio a poco a poco cambia. All'inizio era nero di ossidiana poi è diventato marrone, poi giallo, e ora sta diventando a poco a poco bianco.

Il deserto Bianco è una delle maggiori attrazzioni naturali dell'Egitto, ma è molto snobbata dai turisti che si concentrano lungo il Nilo o sul Red Sea. E  sbagliano di grosso.

A poco a poco iniziano a comparire tra la sabbia delle onde di calcare bianco lavorate dal vento e dal tempo. Le tocco, mi aspetto schiuma e trovo pietra.

E tra le onde bianche ecco le rocce, magnificamente scolpite dalla natura in figure e disegni.

Prima di arrivare nel luogo dove di fermano tutte le jeep il nostro driver ci porta nel deserto dei fiori, dove ci fa arrampicare su una formazione rocciosa bianca a forma di fungo.

Saliamo sporcandoci di calcare e faticando, ma lo spettacolo è impressionante. Attorno montagne di panna bianca accoccolata da millenni tra la sabbia. E sopra la panna una stracciatella di piccole rocce nere.

Scendo e prendo quelle piccole rocce tra le mani.

Hanno forma di fiori, infatti questo è chiamato flower desert, ma sono fossili neri di migliaia si anni.

Con la Jeep arriviamo dove sono state scattate le foto delle cartoline del Deserto Egiziano, una valle di funghi di rocce, illuminate e colorate dalla luce del sole che scende lontanissimo ma vicino.

Nel silenzio passeggiamo accarezzando con i piedi e con le mani uno spettacolo naturale unico al mondo, qualcosa che uno non si aspetta, un regalo da uno zio lontano il giorno del tuo compleanno, un anello in una fetta di torta, un bacio mentre dormi.

Ringrazio qualcuno per essere lì. Non so chi. Ringrazio per essere così fortunato. Fortunato di poter godere di quello spettacolo e fortunato di avere gli strumenti per goderne. Ringrazio per poter essere in grado di apprezzare il bello.

Grazie per avere questo dono, e grazie per avere accanto una persona con lo stesso dono.

I colori si fanno arancioni, e il sole scende e si nasconde, inizando il suo viaggio nell'Am Duat.

Con la luce che rimane il nostro driver monta attorno alla Jeep una piccola tenda che ci riparerà per cucinare e mangiare nel deserto, mentre io mi allontano a disegnare con la pipì la roccia bianca.

Accendiamo il fuoco, la cui luce ci impedisce di vedere il cielo che si riempie di stelle. Ma basta allontanarsi di qualche metro per godere di quello spettacolo.

Intanto il tè bolle in una teiera che si scalda sulla fiamma, e nella brace cuoce il pollo raccolto in carta di alluminnio, abbracciato da spezie egiziane.

La cena è ottima, forse anche per il paesaggio e l'atmosfera.

Nella notte passseggiamo al buio. Non c'è la luna, che è piccola e nascosta, ma le rocce bianche riflettono la luce che arriva dal cielo.

Non sarà mai nera la notte in questa parte di mondo.

Per dormire montiamo una piccola tenda che riempiamo di coperte di cammello pesanti e odorose. Nessun rumore nella notte, eccetto i piccoli passi delle volpi che si fanno attorno alla nostra tenda e che la mattina ci lasciano come ricordo le loro impronte.

L'alba è rosa. Come tutte le albe del mondo. Rosa sono le rocce e rosa i nostri volti assonnati. Il freddo ci stringe l'uno sull'altra. Ci abbracciamo in silenzio davanti al sole che sorge, in uno dei posti più belli del mondo.

Postato da: creativamente a 13:17 | link | commenti (2) |