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Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.

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mercoledì, 28 novembre 2007

Incuriosito dalla segnalazione di un amico, ieri sera sono stato alla Fonderia Delle Arti, per lo spettacolo "Dignità autonome di prostituzione", ideato e diretto da Luciano Melchionna. Uno di quegli esperimenti teatrali che a me piacciono tanto...

Qui si entra nella Fonderia (una scuola di teatro e arti) e si acquistano dei tagliandi (4 per dieci euro) con i quali si possono comprare le prestazione delle prostitute (attori). Delle Maitresse che ricordano molto il Rocky Horror Picture Show ti accompagnano su e giù per le scale, suggerendoti performance e reclamando i tagliandi.

Gli spettacoli sono a volte di impostazione tradizionale (un attore che monologa al pubblico), altre volte sono più personalistici, secondo una moda molto in voga negli ultimi anni, che però fa (quasi) sempre colpo.

Noi siamo finiti prima dall'inquisitore, dove un attore ci ha vomitato addosso un brano tratto/ispirato a Dostojevski. Una persona al centro (attivo), è diventato il coprotagonista muto, gli altri quattro attorno hanno spiato da dele fessure la performance, forse troppo lunga, sicuramente monotona e senza guizzi, non ben diretta (ma l'attore è veramente bravo).

Usciti da lì saliamo le scale verso il Pompiere. Un attore JukeBox con 19 pezzi pronti, che a secondo del numero richiesto dagli spettatori propone un pezzo teatrale. A noi è capitato un canto di Dante, corrispondente al numero 17. A recitare (debuttava ieri sera) era Giorgio Colangeli, attore cinematografico di fama, nonchè tra gli attori di Distretto di Polizia 7. Bravo ed efficace. E straniante il fatto che fosse vestito da pompiere... chissà perchè.

Da lì scendiamo verso i bagni dove in un piccolo stanzino un'attrice ormai non più giovane ci fa uno spettacolo per due spettatori. Uno che guarda, uno che ascolta e partecipa.  Racconta di lei attrice ormai vecchia e senza futuro, che ha dato poco al teatro ma ha preso tanto. Malinconica e triste, l'impressione è che fosse in parte la sua storia.

Risaliamo al corridoio del bordello e Lia, la tenutaria del bordello, ci indica Anya, una prostituta Slovacca che ci aspetta fuori nella sua auto, ma prima ci fermiamo meravigliati a farci stupire dai giochi di magia di un'artista da strada prestato al bordello. Bravo e simpatico. Anya ha i capelli rossi e la pelliccia finta bianca. La sua macchina è la sua vita e lì raccoglie i clienti. Sprazzi di vita vissuta escono dalle sue parole, ma ecco che cala la maschera e si racconta realmente. Torna l'accento italiano, e dice che si finge dell'est per guadagnare di più, racconta della famiglia. Ti guarda negli occhi, ti offre il caffè, ti tocca la mano, ti fa domande. Sembra di parlare in macchina con un'amica di un amico. La situazione è surreale e realissima, realityssima. Efficace e teatrale.

Rientriamo Nel bordello per spendere gli ultimi tagliandi. Uno lo lasciamo al cantante barbuto che gorgeggia canzone di Frank Sinatra con le calze ricamate, i tacchi a spillo e le braghe calate. Gli altri li diamo a "Nuda Gratuita", un'attrice completamente denudata per colpire, per essere protagonista, per diventare commerciale, in polemica con il mondo del teatro. Un testo abbozzato e superficiale, senza ritmo e scritto male, con una recitazione pessima e senza controllo. Nuda Gratuita è stata l'unica nota stonata della serata, se passate dal bordello della Fonderia, non entrate nella sua stanza.

Per il resto il progetto è interessante e curioso, spiritoso e originale. Sicuramente manca un po' di compattezza, tutto il percorrere è lasciato molto al caso, il che è il suo bello, ma anche il suo punto debole. Inoltre i brani recitati non sono tutti omogenei. Tematiche troppo diverse, stili troppo diversi. Non c'è unità, ed è un peccato. Ma sicuramente vale la pena fare un salto in via Assisi, a Roma, dove Gli attori prostituti sono in scena fino a quando ci sarà qualcuno a vederli.

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lunedì, 26 novembre 2007

In qualsiasi campo creativo o artistico c'è una regola di base: "Più togli, più metti", più si isolano gli elementi importanti, più questi elementi acquistano importanza ed essenzialità.

L'altra sera sono stato a vedere una delle quattro serate con cui Peter Brook, uno dei più grandi registi teatrali viventi, è tornato a Roma. In prima fila, sotto il palco, pronto a raccogliere ogni espressione e ogni movimento, su una scena completamente nera, animata solo da tre attori e qualche elemento scenico minimo ed evocativo.

I testi dello spettacolo, intitolato Fragments, sono stati pescati dagli atti unici e dagli esperimenti drammaturgici di Beckett.

Ho sempre amato i testi di Beckett. Tutti, nessuno escluso.

Ma nello stesso tempo in cui li amo mi accorgo ogni volta che li leggo di quanto siano ormai vecchi. Dopo Beckett il teatro ha preso un'altra strada, è tornato indietro, lasciato la destrutturazione del racconto, per tornare al personaggio e alla storia.

Ma proprio per questa sua unicità i registi che hanno lavorato su Beckett ne sono stati fagocitati. Ho visto molte rappresentazioni dei suoi testi, e tutte le messe in scena sapevano di vecchio, a parte quella di "Giorni Felici" di Strehler e questa.

In Fragments Peter Brook è tornato al testo di Beckett, fedele e irriverente, ha tirato fuori la genialità dei caratteri, al di là dei personaggi, aiutandosi con bravissimi attori (tra cui un italiano: Marcello Magni) che ha diretto, come sempre, benissimo.

Una segnalazione particolare merita Dondolo (Rockaby), un atto unico che prevede il dialogo tra un'attrice (quasi muta nel testo di Beckett) e un registratore, come ne "L'ultimo nastro di Krapp". Qui Brook ne ha fatto un monologo, e l'effetto è subito moderno, beckett viene svecchiato e la riflessione che nel testo riguardava la difficoltà della comunicazione a sè stessi dell'inutilità della vita (che è solo ripetizione), qui diventa il grido di angosica e disperazione di una donna condannata al voyeurismo (dalla propria finestra, della propria tv) a causa della solitudine. Ed entra con tutte le scarpe in mezzo alle problematiche cha affliggono questi nostri ultimi anni di sviluppo e frammentazione sociale.

Una nota riguarda lo spezzone Neither. Nato originariamente come un testo di teatro musicale, qui è stato recitato da Kathryn Hunter che ha agiunto al testo scuro e leggero, evocativo e  drammatico, una nota di leggerezza tipica di Peter Brook, che molti spettatori hanno colto e che molti altri, puristi di Beckett, non hanno saputo cogliere, criticando quelli che, come me, hanno apprezzato appieno la linea di Brook.

Facendola breve, ecco cosa è successo: dopo il momento di lirismo grottesco di Dondolo recitato dall'unica donna, ecco Atto senza Parole II con i due uomini, riflessione didascalica ma profonda, sui modi di vedere la vita. Alla fine ecco che torna la donna, e appena torna è chiarissimo che nell'intenzione di Brook quella è la stessa del frammento lasciato poco prima, Dondolo. E' la stessa che nella ripetizione ci faceva ridere e rodere. E a molti scappa una risata, rivedendo in quella sua entrata l'ennesimo lamento, l'ennesimo grido d'aiuto. Ma ecco i puristi. I censori (qui in questo blog ce ne è un esempio) che urlano: "Non c'è niente da ridere!", castrando chi invece era totalmente calato nel clima brookiano dello spettacolo.

Concludendo invito chi può ad andare a vedere gli spettacoli di Brook.

Per lui il teatro non è una masturbazione intellettuale, ma è intrattenimento allo stato più vero.

L'intrattenimento perfetto, quello costruito con arte e lavoro, precisione e emozione, comunicazione e riflessione. E da bravo intrattenitore sa che non può far stare le persone sedute ore al proprio posto (vedi Luca Ronconi e i suoi fiumi di parole) ma basta un'ora scarsa per potersi portare a casa un bel bottino di arte ed emozione.

Come è accaduto agli spettatori, quelli non troppo intellettuali, di Fragments.

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domenica, 25 novembre 2007

In questi giorni ho letto il libro di Aung San Suu Kyi "Lettere dalla Birmania", editato dalla Sperling & Kupfer sull'onda della protesta dei monaci in Birmania.

Il libro raccoglie una corrispondenza che tra il 1995 e il 1996 la leader della NDL ha tenuto per una rivista fuori dal Myanmar. Racconta di una vita che sembra normale. Nonostante i militari a picchettare la casa in giornate calde per la politica birmana, nonostante le perquisizioni, nonostante la strada di casa sua bloccata, nonostante agli amici venga impedito di andare a trovarla, nonostante molte delle cose da lei organizzate non vedessero mai la luce perchè boicottate dal regime. Aung San Suu Kyi racconta della festa dell'acqua, dove tutti, adulti e bambini, giocano a bagnarsi per tutta la giornata: le donne con i secchi, gli uomini con solo i bicchieri... Racconta di giornate tra amici, visite a villaggi, racconta di feste tradizionali, di poesie e leggende. Racconta di una Birmania che ho vissuto l'anno scorso, dove tutto va avanti comunque, nonostante tutto.

Con il sorriso e l'idea buddista insita in ogni birmano, che più dai più hai e avrai. Alla faccia di chi è convinto di poter reprimere la forza delle persone con la forza della violenza.

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sabato, 24 novembre 2007

C'è stato un tempo in cui facevo la comunione ogni settimana, e non aspettavo altro che il momento dell'eucarestia per poter andare fino all'altare e prendere tra le mani quella cosa bianca che si appiccicava al palato e sapeva vagamente di pane. A volte andavo con i miei genitori in un posto dove ci si serviva direttamente dal piattino delle ostie per la comunione, e da bambino cercavo di essere l'ultimo per poter raccogliere tutte le ostie rimaste (in quella chiesa non si potevano conservare le ostie benedette).

Ora sono anni che non faccio più la comunione e mi ricordo a stento quel sapore di pane, vagamente dolciastro per l'amido, appiccicaticcio e solenne. Poco importa che su certi dolci si possa trovare un surrogato dell'ostia, il sapore dell'eucarestia è un'altra cosa.

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lunedì, 19 novembre 2007

In pausa pranzo sono stato in posta. Con il sistema "salva code" ho preso il numerino corrispondente a quello che avrei dovuto fare: fila C. Esce lo scontrino che segna C455, ci sono trenta persone in fila. Vado a prendere un caffè. Torno. Ancora venti persone. Faccio un giro fuori. Una telefonata. Mando un paio di messaggi. 15 persone. Passa il tempo. Tocca quasi me. Ecco il prossimo sono io. La signorina va in pausa. Dice che la fila C verrà esaurita dall'impiegata alla cassa 4. L'impiegata in questione è impegnata in una pratica con una donna peruviana. Cose di visti e passaporti. Passa il tempo. La gente si spazientisce. Girano i numeri delle altre file, fila H e fila A, ma la fila C è ferma. E sono quasi tutti di fila C. Un uomo sbotta e urla che si tratta di interruzione di pubblico esercizio ed è pronto a chiamare il 118, un'altra dice "vergogna!" un'altra vecchia e incartapecorita sbiascica: "In che paese viviamo!", un'altra: "Avete votato la sinistra? ecco cosa ci meritiamo!", un altro: "Quando viaggio mi vergogno di essere italiano". La tensione tra gli astanti monta. Rumoreggiamenti, gente che urla con le impiegate al di là del vetro. Scene surreali, da piece di vaudeville. E quelle dietro al vetro: immobili e impassibili. Abituate probabilmente a farsi scivolare addosso cose vomitate su di loro ogni giorno, per poco più di mille euro al mese. Io ho fretta, guardo l'orologio, ma me ne sto in silenzio per non alimentare la tensione che potrebbe sfociare in qualcosa di più di semplici lamentele (il principio è lo stesso che scatena gli ammassi di gente contro l'ordine costituito, vedi ultras).

Ecco il mio turno. Pago con i soldi pronti al cenmtesimo, preparati in un'ora e ventitre di fila, tempo certificato dalla stampa del mio numero C455.

L'operazione dura una trentina di secondi (1h e 23' per 30" di pratica) e mi avvio all'uscita. Accanto alla porta vedo una signora che stampa la ricevuta della fila C. Segna C569. Non sa cosa l'aspetta...

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domenica, 18 novembre 2007

Una signora di 84 anni ha detto:

"Un tempo, da giovane, sognavo di sposare uno ricco per mettermi dei bei cappelli e dipingermi le unghie di rosso... oggi tutti possiamo cambiare un cappello al giorno e dipingerci le unghie del colore che vogliamo."

Una frase che racchiude i cambiamenti sociali di un popolo, il nostro, e la democratizzazione dei sentimenti. Saggia. Molto saggia.

 

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mercoledì, 14 novembre 2007

La risposta di un bambino di 7 anni alla domanda "Vuoi imparare a suonare uno strumento?" sicuramente è si, con entusiasmo.

E così è stato quando in seconda elementare i miei genitori mi hanno mandato ad un corso di propedeutica alla musica e basi di pianoforte, per sopperire al fatto di essere ignoranti in materia e non possedere nemmeno una cassetta o un disco di musica, fatta eccezione per un paio di vecchie cassette di Battiato che mio padre suonava dal suo piccolo registatorino per interviste.

L'anno dopo passai a suonare il violino, con un piccolo cinese da 1/4, poi passai al 2/4 l'anno successivo e al 3/4 in quinta elementare. Poi in prima media decisi di studiare il violoncello e i miei genitori mi mandarono in una scuola media pubblica dove il pomeriggio studiavo musica.

Ero francamente negato. Avevo orecchio e ottimo ritmo, ma mi mancava la tecnica. Per la tecnica ci voleva applicazione e io non sopportavo l'idea di stare una o due ore al giorno a ripetere quelle 4 righe di pentagramma, ragionando sulle dita, sui movimenti dell'archetto, sugli spazi tra le note,...

Andai avanti per tre anni perchè ero obbligato, concentrando più che altro il mio percorso alla scuola sperimentale musicale sul canto. Poi mi cambiò la voce: rimase la capacità ritmica ma l'intonazione andò a quel paese, e a quel paese è rimasta ancora oggi, con buona pace di chi mi sente cantare al Karaoke.

Invece durante le scuole superiori ripresi in mano il violoncello, andai ad un corso privato, e per tre anni ancora mi ci dedicai con uno spirito nuovo, arrivando a possedere un violoncello 4/4 tedesco acquistato d'occasione. Poi arrivò il teatro, nuova passione che mi porto dietro fino ad ora, e il violoncello finì nella custodia in un armadio, fino ad essere venduto con un anuncio su internet ad un signore di Lucca per un prezzo maggiore di quello speso per l'acquisto.

Oggi mi piacerebbe ricomprarmelo un violoncello, magari un silent cello elettrico. Ne ho trovato alcuni dai venditori ebay interanzionali, ma ora come ora non avrei spazio nel mio monolocale, e soprattutto non avrei tempo. In futuro... chissà.

Di quegli anni di musica mi è rimasto il senso del ritmo, la capacità di leggere in sette chiavi, quella di saper distinguere una struttura musicale classica e pop, e soprattutto il gusto di ascoltare e di poter prendere dalla musica qualcosa di bello.

Grazie a chi negli anni ha sopportato gli strazi che venivano sparati dalle corde gracchianti del mio violino (e nell'altra stanza mio fratello che sputacchiava nella tromba)

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martedì, 13 novembre 2007

In Italia il nucleare fa ancora paura. E'un tabù, non se ne può parlare. Colpa del fantasma di Cernobyl che ha impressionato la mia generazione, cresciuta con il fantasma del "non mangiare verdura cruda dell'orto" e la generazione precedente alla mia, quella dei miei genitori, che hanno visto la nube tossica sopra di loro minacciare i propri figli.

In Italia si è votato per il nucleare e il nucleare ha perso. Ora forse bisognerebbe rivedere un po' di cose, almeno per coerenza. L'Italia dice non al nucleare e poi si serve di energia prodotta in questo modo da Francia e Svizzera. Se l'idea è quella di proteggersi da un eventuale disastro ditemi voi che cambia considerando che la svizzera sta a 15 chilometri dalla casa dove sono cresciuto, e se dovesse esserci un disastro lì certo basterebbero pochi minuti per far arrivare da noi un'eventuale nube tossica. Quindi noi del nucleare ci prendiamo solo gli svantaggi e non i vantaggi (primo tra tutti un vantaggio economico nella produzione). Anche il presidente dell'Enel la pensa come me, e certo lui è più informato di quanto lo sia io. Mi fa ridere Pecoraro Scanio che dice che il futuro è l'energia solare. Ma i costi?

Essere ecologisti è roba da ricchi, e l'Italia ora non se lo può permettere...

Postato da: creativamente a 12:14 | link | commenti (1) |

domenica, 11 novembre 2007

Ci sono migliaia di giochetti online in cui si perdono gli impiegati annoiati, tra una pratica e l'altra. Semplici e basilari, anni '80 nell'idea, creano attorno a loro piccole comunità di appassionati che si confrontano il risultato. Personalmente non sono un gran frequentatore di questi siti, se escludiamo quello de Il pranzo è servito, dove si può giocare al rimpianto gioco di Corrado prima e Lippi poi.

Ora però c'è un sito che ha raccolto in poco più di un mese milioni di utenti che giocano e giocano. E mentre giocano donano riso ai paesi poveri. Il sito si chiama appunto Riso Gratis, Free Rice e prevede delle domande in cui bisogna scegliere il significato di una parola in inglese tra alcune proposte. Utilissimo per imparare parole nuove. E ogni risposta esatta dieci chicchi di riso vengono donati ai paesi poveri. Cento chicchi fanno una ciotola e in pochi secondi si sfama un bimbo.

A pagare sono gli sponsor che riempiono in maniera non invasiva il banner sotto le domande.

Geniale.

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Raffaele Sollecito, il presunto assassino di Meredith, la ragazza ammazzata a Perugia aveva un blog, ora chiuso.

La notizia è rimbalzata su tutti i giornali, come fosse una cosa strana. Eppure moltissimi ragazzi hanno un blog. Alcuni articolisti (oggi sul Corriere della Sera) hanno anche pensato che proprio la familiarità con il web possa averlo indotto a compiere l'assassino, perchè in rete poteva trovare gli stimoli giusti per l'omicidio.

Il web al rogo! Un indice dei siti proibiti! Blog = male!

Molti giornali sono andati a leggersi vecchi articoli estrapolando qua e là frasi che, rilette alla luce di quanto accaduto diventavano, a loro dire, sinistre. Ad esempio Sollecito scriveva: "Cerco emozioni forti!", quindi, hanno dedotto i solerti giornalisti, aveva premeditato l'omicidio!

Anche io sono caduto in questo gioco di ricerca quando protagonisti di casi di cronaca sono stati blogger o detentori di pagine web. L'ho fatto ad esempio quando qualche settimana fa hanno accusato Tommaso Stenico, un alto prelato del Vaticano, autore di un blog cattolico (Umanesimo Cristiano), di adescare giovani omosessuali sul web.

L'ho fatto per gusto dello sfrugugliamento, curiosità del privato, indagine della mente. Esattamente come quando scopro il blog di qualcuno che conosco e, senza che lui lo sappia, vado a leggermi le vecchie cose. E' come spiare. Che poi spiare non è, essendo il blog una finestra che il blogger sceglie di aprire su di sè.

Ho pensato cosa succederebbe se venissi coinvolto in un caso di cronaca come indagato, sospettato, accusato, vittima.

Molti capiterebbero qua e si leggerebbero tre anni di post, riflessioni. Farebbero dietrologia, cercherebbero di affibiarmi pensieri che non ho mai avuto.

Penso che mi divertirei un mondo ad osservare i commenti e a vedere il punto di vista di sconosciuti su di me.

Quasi quasi faccio in modo di trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato...

(se dovesse succedere e qualcuno passasse di qua, non pensi che ho premeditato tutto scrivendo questo post!)

UPDATE:

A proposito dell'omocidio del tifoso laziale, grazie all'amico Andrea ho trovato il sito di uno dei ragazzi che erano in macchina con quello ucciso, con lui tramite Myspace si davano appuntamento per andare a vedere la partita in trasferta.

Si legge sulla pagina principale (dal titolo razzista ONLY WHITE): "Noi attaccheremo per primi. Noi provocheremo per primi. Allora poi non indietreggeremo di un solo passo, non taceremo dopo il silenzio dell'avversario..." . E sulla slide di foto si vedono svastiche, saluti fascisti, incappucciati, scontro con polizziottie cose del genere.

(foto tratte dal myspace dell'amico di Gabbo)

Dire che quel Gabbo se l'è andata a cercare mi sembra esagerato, ma certo se uno invece di andare a vedere la partita con gente come questo andasse a vederla con tifosi veri e non malati forse eviterebbe qualsiasi guaio...

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venerdì, 09 novembre 2007

Ho scoperto che aspirina ed eroina sono parenti. La seconda è più giovane dell'altra di 11 giorni. Il papà è lo stesso, Felix Hoffman, che nel giro di poco più di una settimana ha acetilizzato l'acido salicilico e la morfina (derivata dall'oppio). L'eroina diventa quindi una medicina, usata per mille cose ma principalmente per curare la tosse e disturbi respiratori. L'eroina era perfetta, infatti riduceva il ritmo respiratorio (l'overdose di eroina arriva per blocco del respiro) ed era quindi utlizzata in vari preparati reperibili facilmente in qualsiasi farmacia.

Per trent'ani, fino al 1925, l'eroina fu reperibile tranquillamente in qualsiasi città del mondo, con il risultato che in certe nazioni i dipendenti da questa droga arrivavano finoi al 5% della popolazione mondiale. In alcuni stati, come il Portogallo, l'Eroina rimase legale fino al 1962! Sembra assurdo...

Poi tutto cambiò. E l'eroina divenne quello che ben sappiamo. Chissà quale medicina tra quelle che usiamo abitualmente da anni tra poco sarà chiaro a tutti essere una droga...

Forse il Moment!

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giovedì, 08 novembre 2007

Ormai compro tutto su internet.

Ho iniziato con i viaggi. Biglietti aerei, autonoleggi, biglietti del treno, prenotazione alberghi, ricerca itinerari, lettura di recensioni degli utenti.

Poi è stata la volta di Ebay. Dove ci ho comprato di tutto: dalle macchine fotografiche alle memorie per il computer, dai vestiti taroccati, ai libri introvabili.

E poi negozi on line di elettronica, di vestiti, librerie, negozi di cimeli, design, vintage e chi più ne ha più ne metta...

Molti mi guardano come un alieno quando dico che quasi tutto quello che compro lo compro on line, ma è il futuro del commercio. Niente intermediari, niente negozi, niente file, e il prodotto direttamente a casa propria. Non va bene? c'è il diritto di recesso e rimborso.

I primi a risentirne saranno le agenzie di viaggio, e probabilmente già ne risentono. Prima gestivano il monopolio dei contatti con l'altr parte del mondo, ora chiunque ha questa possibilità. Sto organizzando il mio viaggio invernale e lo sto facendo via mail e via messanger con dei corrispondenti locali che ho rintracciato via web. Il risultato è che il tutto mi costerà la metà di quello che avrei pagato rivolgendomi ad un'agenzia. Lo stesso per il nuovo portatile (un vaio tx5) che ho pagato in un negozio online meno di quanto sarebbe costato ad un amico che lo avrebbe comprato direttamente dallo stesso rivenditore da cui mi è stato spedito il mio. Il web concretizza la filosofia che predica "dal produttore al consumatore"., tagliando i fronzoli e aumentando i guadagni per entrambe le parti.

Ci si dovrà inventare nuovi lavori e l'economia tornerà primitiva e forse un po' più sana. Dove ci sono quelli che producono e quelli che vendono. E basta. E le cose tornano ad avere il loro vero valore.

Il web come rivoluzione economica. Il web come soluzione economica. Il web come speranza economica.

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venerdì, 02 novembre 2007

Io non fumo, non ho mai fumato e penso che mai lo farò.

Mi infastidisce la puzza, e quando ho provato a fare due tiri mi fa schifo anche il sapore. In più non amo l'odore di chi ha appena fumato e ha le dita gialle e pregne di tabacco bruciato. Per non parlare delle stanza dove qualcuno fuma e non si aprono le finestre: irrespirabili (in ufficio da me si fuma liberamente e in certe giornate c'è da stare male).

Eppure penso di fa parte di una minoranza, la maggior parte dei ragazzi della mia età la pensa diversamente, ama il fumo, lo trova una pratica rilassante, intelligente, trendy, filosofica, importante, creativa, socializzante, esteticamente bella.

Per fortuna la società non ama i fumatori e non è un caso che più si va in paesi civilizzati più il fumo è meno diffuso e viceversa in posti poveri la pratica è più estesa. In America ad esempio sono pochissimi quelli che fumano e per la maggior parte sono immigrati europei o di paesi del secondo o terzo mondo. Negli Stati Uniti aggiungeteci poi che è impossibile fuori da casa bere e fumare contemporaneamente: una legge proibisce di fumare nei locali, un'altra di bere alcolici per strada.

Fumare è una cosa innaturale. Introdurre fumo di foglie bruciate nel corpo. E' un po' come se cercassimo di far finire in gola delle sostanze chimiche sintetizzate, come se cercassimo di far entrare nel naso una polvere di foglie sminuzzate, come se cercassimo di infilare nel sangue del liquido raccolto da un fiore.

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giovedì, 01 novembre 2007

Perchè mascherarsi non fa mai male.

Halloween al Micca Club, tra musica vintage, burlesque e liquore al rabarbaro.

in trasferta al micca club

 

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