Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
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L’opera è forse l’unico genere di intrattenimento teatrale genuinamente italiano che abbia grande fama all’estero. Eppure la stragrande maggioranza degli italiani non ne ha mai vista una… Colpa forse dei prezzi proibitivi (eppure per molte rappresentazioni e in molti teatri esistono riduzioni notevoli… perfino alla Scala), o soprattutto della non conoscenza della materia che fa pensare “chissà che noia…”. Certo l’opera non è un concerto rock, ma sa essere emozionante, nonostante l’aria di “mondo morto” che si porta dietro.
Ieri sera sono stato a vedere un’opera alle Terme di Caracolla, a Roma, dove c’è la stagione estiva del teatro dell’Opera. La location è già di per sé è suggestiva, con le immense costruzioni romane alle spalle della scena. L’opera era la Turandot di Puccini, un’opera novecentesca tra le più famose, almeno di nome. Tratta da una fiaba teatrale di Carlo Gozzi racconta di una principessa pechinese che “aborre il sesso mascolin”, e non vuole sposarsi, così sottopone a tutti i pretendenti tre enigmi, solo chi li scioglierà potrà avere la sua mano, superbamente certa della sua perpetua vittoria. Naturalmente chi non scioglierà gli enigmi dovrà porgere la testa al boia. Calaf, un principe in guerra, arriva a Pechino e si innamora del volto della principessa, scioglie gli enigmi ma Turandot non cede. Pur di averla Calaf allora propone a sua volta un enigma alla principessa: se entro l’alba scoprirà il suo nome si farà tagliare la testa, altrimenti “si apparecchino le nozze”. Turandot non riuscirà a indovinare il nome (lo diceva Calaf: “il nome mio nessun saprà, all’alba vincerò”), ma il suo cuore sarà vinto dall’amore. La trama di per sé è esigua e archetipica. Eros e Thanatos. Con il condimento patetico tipico dell’opera.
Nell’allestimento delle Terme di Caracolla, che debuttava ieri, il regista ha attuato un gioco metateatrale di strehleriana memoria, con una compagnia di girovaghi che negli anni ’20 arriva in una piazza e lì inscena la fiaba cinese prendendo come comparse la gente del posto e riempiendo tutto di festoni, draghi e lanterne cinesi. La trovata, che certo non è originale, è comunque efficace, soprattutto nel finale, quando, dopo la morte di Liù, una serva di Calaf di lui innamorata, che si uccide perché non vede spazio per il suo amore, Puccini si bloccò non riuscendo a trovare un finale che lo soddisfacesse e morendo prima del completamento del terzo atto. Se alla prima nel ’27 Toscanini fermò l’orchestra girandosi verso il pubblico e annunciando che lì era il punto in cui il maestro si era fermato, ignorando il completamento dell’opera fatta postuma su appunti del maestro da Franco Alfano, qui la trovata metateatrale spoglia gli attori degli abiti cinesi per ritornare alla contemporaneità e concludere una storia che drammaturgicamente ha superato ormai il suo climax e che conclude in maniera meccanica. Ma in fondo siamo all’opera, e la storia non conta… Quello che conta è farsi trascinare delle emozioni di parole e musica e osservare come tutti quanti tendano il collo verso la scena quando all’inizio del terzo atto il principe canta le note del Nessun Dorma, forse la romanza più famosa del repertorio operistico, che conclude con il “Vincerò”, cavalo di battaglia di molti tenori.
L’acustica all’aperto non è delle migliori, e la microfonazione fa sì che si perda quella magia tipica dei teatri all’italiana, dove la voce corre naturalmente su fino al loggione. L’allestimento però è realmente suggestivo, merito anche delle decine e decine di artisti sul palco (agli applausi ne conto un centinaio) tra comparse, coro, ballerini, coro delle voci bianche, cantanti e acrobati.
Finito lo spettacolo tutti si riversano sulla strada e dal mondo delle fiabe si rientra alla vita di tutti giorni. Attorno a me i commenti più disparati mi divertono e incuriosiscono. Io prendo un taxi e vado ad una festa su una terrazza di Trastevere dove un dj mette musica elettronica che tiene sveglio tutto il vicinato. La giacca la lascio in macchina e apro un bottone in più della camicia.
Per te che ti sei rifatta le tette.
Rifarti le tette vuol dire modificare completamente il punto di vista del mondo su di te.
Se prima uno era portato a guardarti negli occhi mentre ti parlava, ora lo sguardo cadrà inevitabilmente più in basso.
E se non ti sembrerà così sarà solo perchè chi ti parlerà sarà costantemente in bilico tra il volerti rimirare le protesi e il non offenderti. Poco importa che tu non ti sentiresti offesa, anzi sentiresti che i tuoi 4000 euro sono stati spesi bene. E così l'interlocutore cercherà di tagliare la conversazione più in fretta possibile, avendo così la possibilità, mentre tu parli con qualcun altro, di guardarti le tette indisturbato.
Se poi stringi quelle tette nella vecchia canottiera che ti andava bene quattro taglie fa, con il risultato di lasciar (intra)vedere il reggiseno, anch'esso striminzito, che stritola i tuoi seni di plastica, il tuo interlocutore sarà per forza di cose portato a fissare il proprio sguardo sulle prodezze della chirurgia, ma non lo farà, per non darti noia. Poco importa che sia proprio quello il tuo desiderio...
Se poi tu sulle tette ci fai pure un tatuaggio la tua intenzione è prorio chiara. E se il tatuaggio è così enorme che ti scivola nella scollatura lo è ancora di più.
Si capisce dove vuoi che l'interlocutore vada a guardare.
Ma, dimmi un po'... Qualcuno ti ha mai fatto comenti sul tatuaggio? i solito commentini inutili del tipo "dove l'hai fatto? hai scelto tu il disegno? ha qualche significato in particolare?", scommetto che nessuno te l'ha mai chiesto. Per evitare di farti pensare che stanno guardando proprio lì, e che vorrebbero vedere quel tatuaggio nella sua interezza. Poco importa che sia proprio questa la tua intenzione.
Insomma... nessuno ti darà mai la piena soddisfazione di guardarti le tette mentre ti parla, ma te le guarderà non appena ti distrai. Per commentare con il vicino il passaggio dalla prima alla quinta, senza frizione.
E per tutti non sarai mai "quella carina, quella simpatica, quella intelligente, quella noiosa" ma sarai semplicemente "quella con le tette rifatte", anche se tu non lo saprai mai.
non sopporto le persone che si rincretiniscono davanti ai cani.
oggi sono sereno, finalmente. domani ultimo giorno di lavoro.
Sono giornate strane.
Giornate di stallo, giornate di fine anno, giornate di voglia di cambiamento, di vacanza e di speranze.
Giornate di insoddisfazione.
E anche le piccole gioie quotidiane cadono nel vuoto. Tipo il concerto di Robbie Williams, l'altra sera a San Siro. Con le urla e le gioie di 70000 persone.
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Oppure lo spettacolo di ieri sera, all'Angelo Mai, con dentro tanto lavoro che quasi scoppia, con l'impegno di tre persone che si sente in ogni minuto.
Oppure i sorrisi degli amici e dei colleghi.
O il viaggio in Cina che si avvicina ogni giorno di più.
Niente.
Niente spodesta l'insoddisfazione che mi ha catturato in questi giorni di fine lavoro.
Uff...
Speriamo che le cose cambino...
Spesso quando vado in macchina in autostrada il mio sguardo si fissa sul parabrezza davanti. Non sulla strada, ma proprio sul vetro.
Mi piace cercare l'attimo esatto in cui la trasparenza viene sporcata dalle viscere interne di un insetto che si spiaccica sull'auto lanciata a 180 all'ora.
Un attimo.
E un piccolo rumore.
L'attimo esatto non puoi coglierlo, dura pochissimo, è una morte subitanea. E poi rimane la macchia.
Alla fine del viaggio il vetro è completamente sporco di animali morti.
Tocca sperare che arrivati in città si incontri uno di quelli che al semaforo ti lavano il vetro per pochi euro...
Lo scorso weekend ho raggiunto un caro amico, Maurizio, a Castiglione della Pescaia, nella bassa Toscana, dalle parti di Grosseto. Lui sta lavorando ad alcune strutture per cui sovrintende l’animazione. Si tratta di mondi fuori dal mondo, luoghi immensi dove si radunano, da anni, le stesse persone. Campeggi invasi da roulotte divenute case, ognuna con il suo pezzo di giardino circondato dalla rete, tavolini, sedie, parabole, panni stesi, barbecue, televisioni con tanto di soprammobili e ammennicoli vari. Qui la gente si trasferisce come in una casa al mare. Qui i figli si conoscono, crescono e si innamorano. Quando diventano troppo grandi non ci vengono più, salvo poi tornarci appena si sposano e hanno figli.
La mattina per andare ai bagni pubblici passi tra i vialetti e già senti gli odori di soffritti e peperonate delle donne che già stanno cucinando per i mariti che intanto sono impegnati a vedere Valentino Rossi che sfreccia sulla moto. Ci si ritrova nei giardini delle roulotte di chi ha una tv, per gli altri c’è il bar sulla spiaggia sempre pieno e in questa occasione ancora più strabordante.
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Il pomeriggio ci si stende in spiaggia. Una spiaggia immensa sovraffollata dove tutti conoscono tutti e dove ognuno sfoggia la propria attrezzatura: ombrelloni colorati, sdraio, tavolini, sacche termiche, polli arrosto, creme solari angurie e spiedini.
Quando il sole tramonta ci si va a fare belli. In coda alle docce tutte uguali, armati di asciugamani e bagnoschiuma. Tra amici come si fosse al bagno di casa propria. Ai lavandini ci si lava le ascelle accanto ad uno che si fa la barba e ad uno che si lava i denti. Spruzzi di profumi coprono gli odori che vengono dai cessi. Un bambino piange perché non riesce più ad uscire dal bagno. E dal bagno si passa alle roulotte dove ci si veste a festa, rimirandosi il viso e tirandosi i capelli nel piccolo specchio tra il lavandino, il letto e il gabinetto. Tutto è piccolo qui, ma non manca niente.
Dopo aver cenato con porzioni sempre abbondanti e la camicia slacciata è l’ora della passeggiata nel centro di questo paese virtuale, dove sono i negozietti, tra il macellaio e la pizzeria, dove c’è la pista dell’animazione. E lì il liscio, poi la salsa, la bachata e il merengue. Donne soprappeso muovono i culoni avvinghiate a uomini stempiati che ripassano ad occhi chiusi i passi imparati al corso di balli latini del pomeriggio.
La pista suda già di calore quando le casse pompano la vuelta, e poi el burrito e mille altri balli di gruppo che file di persone fingono di copiare da quattro ragazzi sul palco ma che in realtà sanno a memoria: da dieci anni si replicano ogni giorno gli stessi balli e gli stessi passi e la stessa gioia nel ripeterli. Qualche risata alle battute del cabaret e poi via all’ultima passeggiata, quella verso la roulotte. Per i più fortunati ci sarà qualche palpatina sulla spiaggia, per i più piccoli le prime palpitazioni e le prime eccitazioni, per tutti gli altri il solito vecchio ciccione che ti russa al fianco, o la solita vecchia noiosa con la cuffietta per i capelli in testa. E speriamo che la messa in piega non si sgualcisca. E anche se dovesse succedere… domani, dopo la ginnastica del risveglio muscolare, c’è la parrucchiera che sistema tutto. Solo venti euro, accanto alla pescheria. Ma solo per quelli del campeggio!
Viaggiando all'estero ho sempre la sensazione che ci sia una varietà di stili di vita che in Italia non sono mai riuscito a trovare.
Punk convivono sui marciapiede con skinheads, black con freaks, gay colorati con borghesi perfetti, griffati con barboni. E nessuno sembra giudicare il vicino, anzi.
Ricordo ad esempio a New York un ragazzo con il volto e la testa completamente tatuata e bucata da piercing. Camminava per strada come invisibile alle altre persone. Esattamente come se non avesse tutte quegli ornamenti in faccia. Solo io, italiano, non abituato a quella diversità, lo guardavo stupito, con uno sguardo pieno di interesse quasi antropologico.
E in Italia questa ricchezza sembra mancare. Anche a Milano, che si vanta di essere la città più Europea della penisola, vedo sempre tutti vestiti allo stesso modo.
Se vanno le scarpe di Prada 8 su 10 le hanno ai piedi, se le All Star vanno per la maggiore facilmente troverai i negozi pieni, i tagli di capelli si somigliano tutti e tutti ricordano un po' quello di Paris Hilton, i locali sono tutti uguali, e le persone oltre che d'aspetto sembrano anche parlare delle stesse cose e pensarla allo stesso modo.
E non date la colpa alla tv che come si vede da noi la si vede anche all'estero.
Sarà un fatto storico forse, cerhiamo ora un'unità che non abbiamo mai avuto, o forse un fatto sociale da sindrome borghese da periferia del mondo, o forse un retaggio culturale per cui il diverso è sbagliato.
Ma sono convinto che, alla lunga, le cose cambieranno.
Ci si dovrà sorbire un po' di sguardi accusatori, ma così è ancora più divertente...
Parigi mi è sembrata una città combattuta. Da una parte la storia, presente come in poche città europee, e pesante come non mai, soprattutto architettonicamente. Dall’altra la voglia di essere una città europea a tutti gli effetti, libera e tollerante, cosmopolita e multietnica. Il risultato è che le due parti si ghettizzano dando della città un’immagine un po’ sformata. Una specie di grande colosso addormentato con qua e là delle cellule pulsanti. A fare da collante ci sono i turisti che viaggiano come fiumi tra gli stradoni immensi e le stradine minuscole. Sembra lontanissimo il periodo in cui Nietzsche diceva: “Come artista, un uomo non ha altra patria in Europa che Parigi”.
Ma se nel complesso la città non mi è piaciuta, ci sono degli angoli che vale la pena percorrere, dei negozi che vale la pena visitare, delle opere d’arte che vanno viste, dei pezzi di storia che vanno assimilati, delle persone che vanno incontrate. Tre giorni non mi sono bastati certo per poter vedere tutta la città, ma un’infarinatura generale me la sono fatta, a scapito dei piedi che arrivavano a fine giornata infiammati e stanchi.
Su segnalazione di un'amica vi riporto la notizia per cui ogni volta che il mondiale è caduto nell'anno cinese del cane, come quest'anno, la coppa del mondo è stata vinta o dal Brasile o dall'Italia.
1934 Italia
1946 Non disputato
1958 Brasile
1970 Brasile
1982 Italia
1994 Brasile
2006 Italia
Curioso...
A Parigi c’era fermento. Lo stesso fermento che probabilmente c’era in Italia. Bandiere, striscioni, facce colorate, cartelloni e canti per la strada.
A vedere la partita andiamo in un ristorante del Marais. La sala non è molto grande e rimangono solo due posti in fondo alla stanza. Quando capiscono che siamo Italiani è tutto un sussurrarsi nelle orecchie. Siamo gli unici non parigini di tutto il ristorante. La partita inizia mentre io affronto le lumache ‘a la butte’. Al tavolo accanto una ragazza con un seno troppo grosso per essere vero fa da capogruppo del tifo: Allez le bleu! Allez le bleu! Ad ogni azione della Francia si sente la tensione arrivare dai locali affianco che raccolgono tutta la gente di una via affollatissima, ora vuota. Durante l’intervallo, per le strade, in molti intonano una canzone che ha fatto da colonna sonora dei mondiali per i francesi: il ritornello (parole nuove su una vecchia melodia), diceva qualcosa tipo “Zidane y va marquer! Zidane y va marquer!”. Quando arrivano i rigori già la cena è finita per tutti, ma nessuno lascia il ristorante. Dopo l’ultimo tiro la gente si riversa per strada sconsolata. Le bandiere vengono ammainate e la tv dà le immagini di place de la concorde che si svuota. Noi usciamo cercando di parlare il meno possibile, per evitare che qualcuno possa sfogare la rabbia su di noi. In realtà è tutto molto composto, e addirittura la cameriera che ci porta il conto ad un bar dove ancora svettano le decorazioni blu rosse e bianche ci fa i complimenti (A noi? E di che?). Liberation il giorno dopo intitola “Cruel!”, e Le Parisienne si limita ad un “Merci”. In tv all’aeroporto vedo in tv Trezeguet che piange mentre si affaccia per salutare il popolo francese. A Roma arrivo con un bus alla stazione Termini dove vengo travolto dalla gente che lascia il Circo Massimo. La festa.
Della Francia avevo anche delle foto e dei filmati ma tra gli euforici romani c’era anche un ladro che ha infilato la mano nella mia borsa e ha rubato la macchina fotografica. Immagino la sua faccia quando ci trova bandiere francesi e foto di tifo parigino…
La valigia (lo zaino) è pronto. Più piccolo del necessario, ma in fondo sto via solo tre giorni.
Stasera parto per Parigi.
E nel frattempo ho prenotato il mio viaggio per quest'estate.
23 giorni in giro per la Cina, con un programma di viaggio che parte da Pechino, punta alla grande muraglia, e poi Longman, Xian, le regione interna, Shangai, Canton, Hong Kong. centinaia di chilometri per un giro se non completo, almeno esaustivo della nazione più popolata del mondo.
Parto con la mia persona speciale e con viaggi e avventure nel mondo.
Viaggiare è la cosa che più mi fa stare bene, da sempre.
Sono stato in Spagna (4 volte), POrtogallo (2 volte), Francia (3 volte), Germania, Inghilterra, Belgio, Svizzera, Grecia (2 volte), Turchia, Tunisia, Malta, Santo Domingo, Messico, Belize e Stati Uniti.
Quasi sempre con pochi soldi e una grande curiosità.
Perchè viaggiare ti migliora.
"How many roads must a man walk down
before you can call him a man?"Bob Dylan - Blowing in the wind
Domenica ci sarà la finale Italia vs Francia.
E io sarò a Parigi.
Se vince l'Italia mi dovrò nascondere.
Quattro colleghi e una sagoma.
Ieri sera ero a casa di amici e colleghi a vedere la partita. La prima che vedevo quest'anno.
E a dire la verità sono state più le chiacchiere che le occhiate alla partita.
Fatto sta che alla fine l'euforia del quartiere che iniziava a strombazzare e a urlare ci ha coinvolto e convinto a scendere in piazza.
Decidiamo anche di portarci dietro una sagoma di plastica alta due metri di Alex Del Piero, mamozzo residuo di vecchie scenografie televisive. In macchina Del Piero non entrava e così lo tenevo fuori dal finestrino, alto due metri tra le auto incolonnate. Attorno a noi bandiere, facce truccate a tre colori, urla, cori e odore nero di clacson bruciato.
Chiunque vedesse la sagoma sorrideva, rideva o urlava. In molti scendevano dalle proprie macchine bloccate per venire a baciare la faccia di cartone del calciatore, altri si inginocchiavano sull'asfalto. Un delirio cui non eravamo preparati. Tanto meno io che a stento so chi sia Del Piero e lo ricordo più per la pubblicità dell'acqua che per le prodezze sportive.
Arrivati in centro, fermi accanto al Colosseo a causa di un autobus tartaruga con sul tetto una decina di folli esaltati a petto nudo e bandiera dell'Italia, decidiamo di scendere con la sagoma appresso. E le scene di delirio si ripetono. In molti ci fermano per fare una foto con noi e la sagoma.
E io sono sempre più allibito...
Arriamo dopo poco a Piazza Venezia dove, tra fuochi d'artificio improvvisati, bottiglie di vetro lanciate in aria e altri atti più o meno vandalici, l'Italia dei tifosi accecati dalla loro stessa gioia, festeggiava l'arrivo al gradino precedente la vittoria.
Qui però accanto ai fan del calciatore dell'uccellino, troviamo anche dei denigratori (anche a causa della maglia della sagoma che non era quella azzurra, ma quella bianconera). All'urlo di "serie C, serie C", metà della piazza che vedeva svettare la sagoma gli si voleva scagliare contro, dall'altra parte i fan del calciatore se la prendevano con chi lo denigrava.
Un ragazzo eccitato e in preda alla gioia e alla rabbia (e alla droga?) prende la sagoma per distruggerla e la lancia tra la folla che se la strappa dalle mani. Chi lo fa a pezzi, chi cerca di difenderla. Alla fine, come sempre, i distruttori hanno la meglio e Del Piero finisce a pezzi a terra.
Ormai stanchi decidiamo di tornarcene a casa, senza sagoma. Io per evitare di rimanere imbottigliato tra le macchine e l'odore di clacson decido di andare a piedi e mi faccio una scarpinata a piedi fino a casa. Un'ora di cammino.
Per fortuna che il giorno della finale non sarò in Italia...
L'altra sera ero in piazza San Giovanni insieme alle migliaia di ragazzi che assistevano, urlavano, cantavano e ballavano al concerto del Cornetto Free Music Festival. Sul palco Fabri Fibra, Black Eyed Peas e Subsonica. Fabri Fibra ha suonato solo poche canzoni, nemmeno le sue migliori, ed era visibilmente imbarazzato da un pubblico così grande e non del tutto a suo favore. I Subsonica hanno fatto ballare tutti come sempre, ma è dei Black Eyed Peas che voglio parlare, e della mania che hanno tutti i cantanti stranieri che cantano all'estero di urlare ripetutamente il nome della città dove stanno cantando, sentendo così di fare un omaggio a chi li ospita.
I Black Eyed Peas, non volendo però salutare solo Roma, hanno avuto la geniale idea di salutare l'Italia. Il problema è che all'urlo del cantante: "Italia!!", tutta la piazza ha risposto "Uno!", come un'enorme "seicomesei" di Italia Uno... E la cosa si è ripetuta almeno una ventina di volte, con evidente imbarazzo degli organizzatori che manderanno in onda il concerto su All Music...
Cosa ci combina la tv nella nostra testa.
(nota: anche a me è venuto naturalissimo urlare "uno" al grido "Italia", un po' come hip hip urrà.... lo sentiremo anche ai mondiali?)
Su fox life un programma semplice semplice mi tiene incollato per tuta la sua durata. Si intitola "il vizio dell'amore" ed è composto da una serie di monologhi recitati da attrici italiane più o meno conosciute.
Ognuna racconta la propria storia in prima persona. Tradimenti, amori sbagliati, innamoramenti, amori persi e amori trovati, triangoli, sottomissioni, sesso e quant'altro. Il tutto raccontato con la semplicità del teatro e la magia della tv. Con gli occhi fissi allo spettatore, alla camera. Come fosse una confessione.
Da non perdere.