Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
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gionapeduzzi(at)gmail.com
E' da qualche giorno che sono ospite, qui a Roma, dalla parti del Celio, subito dietro al Colosseo. E 'Colosseo' è la fermata della metropolitana cui scendo per arrivare a casa.
L'ho notato tutti i giorni, ma oggi, giorno festivo, di più: della gente che si riversa per strada, la metà sono turisti. E molti turisti che per la prima volta vedono il Colosseo. Alcuni li vedo già preparare la macchina fotografica salendo le scale della metropolitana, altri sfogliano la guida sotto la voce 'Colosseo'. Altri aspettano di salire in superficie e avere la Visione. Ed eccola la Visione. Abbagliante come il cielo di Roma che si apre dal nero della metropolitana. Da sempre immobile ammasso di pietre ben tornite. Tutti a bocca aperta, i turisti. Mentre gli altri, tra cui anche io, escono con gli occhi sull'asfalto e la testa piena di pensieri. Basterebbe alzare un po' lo sguardo...
Salendo la torre di Pisa
In cima alla torre di Pisa
Quando il mondo lo vedi da una prospettiva... (di)storta.
Cuffie nelle orecchie e occhi in un libro. Sotto di me il sedile di un vagone della metropolitana. Mi si avvicina una ragazza che, come fosse al settimo cielo, inizia a parlarmi. Tolgo le cuffie e scopro che parla della mia felpa, me la guardo, e vedo che è quella della New York Film Academy, che mi sono porato dalla grande mela. Dice che anche lei ci è stata, che è stata un'esperienza indimenticabile, che ci è stata quest'autunno, che ci vuole tornare. Parliamo fino a che arriviamo a Termini, "prossima fermata termini", dove io devo cambiare metropolitana e lei deve uscire ad incontrare un amico. Insieme andiamo, come fosse la cosa più naturale el mondo, a mangiare una cosa in un fast food molto newyorkese che ha aperto a termini, wok, che fa cucina orientale in un ambiente minimalista. Dopo poco arriva una signora di colore che mi chiede cosa sto mangiando perchè non conosce bene quella cucina. La signora ordina e si siede al tavolino con noi. Dopo poco arriva l'amico della ragazza e ci ritroviamo tutti e quattro attorno a dei noodles allo zenzero.
Quattro sconosciuti. Bello.
Novella Duemila ha pubblicato delle foto rubate di Maurizio Cattelan che urina contro un albero per le strade di Milano. Due pagine, la 48 e la 49.
Mi piace pensare che l'abbia fatto come una performance. Proprio per finire su Novella Duemila. Arte Pop allo stato puro.
le persone indecise rovinano il mondo
L'altro giorno sono stato a visitare l'Ara Pacis che ha riaperto settimana scorsa, dopo anni di chiusura per rifare l'involucro che la proteggeva dal mondo esterno.

Smantellata la costruzione fascista eretta nel '38, costruzione che aveva anche un suo fascino "romano"

ne è stata costruita una nuova, su un progetto di Richard Meier, che ha disegnato molti musei nel mondo. L'insieme è mastodontico e razionalista, molto più "inizio novecento" della costruzione precedente, con il travertino lavorato a spacco, tagliato in blocchi giganti mescolati al vetro dei cristalli che permettono l'illuminazione naturale. Insomma: un capolavoro dell'architettura contemporanea, una delle più belle costruzioni degli ultimi anni in centro a Roma. Peccato che non serva a contenere niente, se non un altare in grandissima parte ricostruito, e con solo qualche piccolo fregio di valore. Insomma: un grande investimento per niente, o quasi. Mentre decine di centinaia di reperti e monumenti a Roma giacciono in stati pietosi. Speriamo sia l'inizio di un progetto di più ampio respiro... e speriamo che abolicano il biglietto (sei euro!) per entrare in quella stanza che si può vedere anche da fuori.
Dopo due giorni di lavoro intenso, per cui ho anche dormito fuori città, l'altro ieri arrivo, tardi, ad aprire il portone di casa mia. A parte l'odore di calcinacci che da quando hanno iniziato a fare i lavori in bagno permane in tutta la casa, scopro che nel bagno manca la tazza del cesso (che è in camera) e l'acqua è stata chiusa perchè i tubi dei lavandini sono stati staccati. Erano ormai le 23, e addosso avevo una stanchezza tale che non mi permetteva di prendere e andare a dormire da qualche amico. Così sono sceso e ho fatto pipì addosso all'albero sotto casa, tanto non passa nessuno a quell'ora, e con il mio spazzolino da denti sono andato alla fontanella poco più avanti, dove mi sono anche sciacquato la faccia. Poi sono tornato a casa e mi sono messo a letto. La mattina colazione (e bagno) al bar.
Visto che non potevo andare aventi così ora mi sono trasferito per qualche giorno a casa di un amico che è fuori città. Qui ho doccia, bagno e acqua corrente. E pensare che cent'anni fa tutto questo non c'era...
Ora se ci entro c'è un odore di muffa. Ed è buio. Sembra faccia più freddo rispetto al resto della casa. Lo spazio sembra maggiore, ed in parte lo è. Sul balcone sono ammassati i sanitari, in camera alcuni mobiletti, lo specchio è appoggiato su stracci. Al centro del bagno troneggia, unico ricordo, quasi un simbolo totemico, la tazza del cesso, e la sua corona di piastrelle rotte, le uniche che rimangono in tutta la stanza.
Mi stanno rifacendo il bagno e per un paio di settimane dovrò svegliarmi alle sette di mattina per far entrare gli operai, e la doccia mi toccherà farla fuori casa, in ufficio.
Ma il bagno, così, ha un che di affascinante...
Quando incontri una persona ti accorgi dopo pochi minuti se hai a che fare con una pessima persona, una persona mediocre, o una persona eccezionale. Io me ne accorgo dalla luce che questa persona ha negli occhi, dalla capacità che ha di affascinarmi ma soprattutto di rimanere affascinato da una parola, un'emozione, una situazione. Una persona eccezionale è sempre una persona curiosa, una che di solito sorride, una che sa stare bene e sa far stare bene. Sono convinto che in giro ce ne siano più di quello che si immagina...
L'altro giorno passeggiavo in Piazza di Spagna, che quando passi da lì ti senti proprio in vacanza. Musica nelle orecchie e mani in tasca, tutto sparisce e ti rimane solo Roma. Spesso in questo periodo, appena posso, passeggio per il centro, alternando luoghi essenziali a vagabondaggio casuale. Nelle orecchie, spesso, un cd del Cirque du Soleil. Beh, l'altro giorno in Piazza di Spagna vedo una signora islamica, completamente nascosta da ingombranti veli scuri che le lasciavano scoperi solo gli occhi. Bellissimi occhi. L'ho seguita per qualche istante con lo sguardo e ho visto che si muoveva verso l'angolo della piazza, verso via del Babbuino. E l'ho vista salutare il bodyguard e il commesso con le sopraccicglia depilate ed entrare da D&G, Dolce e Gabbana. Che ci fa quella donna islamica da Dolce e Gabbana? L'ho seguita, dentro a quel mondo di camice attillate e lane lavorate e stampe colorate.
La donna si aggira nel negozio un po' spaesata. Forse non ci è mai stata lì dentro. Si ferma alla vetrinetta degli occhiali, sulla sinistra. Poi sosta agli orologi, pieni di pietre luccicanti e metalli dorati. Poi va agli occhiali da sole. Si ferma agli occhiali da sole. Li guarda. Li sfiora, non li prova. Passa al corridoio, dove c'è l'intimo. Passa veloce, ma butta un occhio. Lo vedo. Visto che tutto il corpo è coperto e solo una fessura le libera il corpo, all'altezza degli occhi, è costretta a girare tutta la testa e il corpo per dare solo uno sguardo ai pizzi e alle spalline ricamate. Poi passa alle maglie, alle gonne, ai maglioni, ai jeans strappati che lasciano le gambe nude. Con le mani sfiora le minigonne, le stampe sulle t-shirt vintage, le scritte in inglese. Quasi si vergogna, lo vedo. Ogni tanto si guarda in giro, e il suo sguardo incrocia il mio anche, inframezzato da una commessa in minigonna strappata. Forse lo vede che la sto spiando. Un po' mi vergogno e mi allontano, vado nella parte dell'uomo e mi perdo ad osservare una giacca beige. Quando torno lei non c'è più. Esco dal negozio e non la vedo. Decido di andarmene per la mia strada (quale strada?), e cerco di convincermi che non ho più visto quella donna perchè si è chiusa nel camerino, si è tolta tutti i veli, e si è provata un bustino di pizzo e un paio di jeans strappati.
Lo spero, ma penso proprio che non sia così.
Odio i bip nei reality show quando qualcuno dice una parolaccia. Ancora di più odio il buco d'audio che ha sostituito il bip in tutti i reality per far passare la parolaccia più in sordina.
Ora mi chiedo: dopo che negli ultimi giorni nei tg alle 20 della sera tutti i giornalisti e gli opinionisti e i politici parlavano di "coglioni": andrà ancora bippata la parola "coglioni" nei reality show?
Ha debuttato venerdì una delle novità drammaturgiche più attese della stagione: “Due partite”, scritto e diretto da Cristina Comencini, ala sua prima prova con il teatro.
Il cast è di quelli che non capitano spesso: Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo nel ruolo che inizialmente doveva essere di Laura Morante.
Lo spettacolo è in scena solo al Teatro Valle di Roma e soltanto per due settimane e già prima del debutto era tutto esaurito.
Il testo è diviso in due parti, la prima ambientata all’inizio degli anni ’60, in un appartamento elegante, ma non troppo, dove quattro donne si ritrovano, come ogni giovedì, a giocare a canasta, una scusa per parlare di sé stesse e confrontare la propria miseria di donna con quella delle amiche. C’è quella (Massironi), tradita dal marito, completamente dedita ai figli e alla casa, felice di non avere aspirazioni. C’è quella (Milillo) che vive con il marito in camere separate, uomo che ha sposato solo perché in cinta, e che cerca la felicità tra le braccia di un amante che non ha nessuna intenzione di lasciare la moglie per lei. C’è quella (Margherita Buy) che, figlia di musicisti, ha abbandonato gli studi di pianoforte e i concerti per stare dietro al proprio uomo e alla proprio famiglia. C’è quella (Isabella Ferrari) che, in cinta, è ancora piena di speranze rispetto alla sua vita di donna di moglie e di madre, ma che in realtà, la mettono in guardia le altre, non sa cosa l’aspetta… E infatti la seconda parte, ambientata 45 anni dopo, si apre il giorno del funerale del personaggio della Ferrari, che si è suicidata dopo una vita di solitudine, accanto ad un uomo incapace di amarla. Le protagoniste della seconda parte sono le quattro figlie delle donne della prima parte, tutte molto più emancipate delle loro madri, tutte con i pantaloni al posto degli abitini casti di 45 anni prima, ma tutte ugualmente infelici.
Le donne della prima parte lottavano per essere equiparate agli uomini, le donne della seconda, ottenuta la parità, ricercano una femminilità che non hanno più. Di per sé l’idea non è male, e la costruzione in due parti permette rimandi tra l’una e l’altra che fanno ridere o fanno riflettere. Il problema è che un’idea per un atto unico di mezz’ora è tirata per un’ora e quarantacinque minuti.
Un’ora e quarantacinque minuti in cui non succede niente. Niente azione. Niente dramma. Niente di niente. Solo parole, in mano ad attrici brave ma che ormai da tempo hanno dimenticato come si fa il teatro. Così la Massironi sottolinea ogni cosa come fosse in un cabaret, le isterie della Buy, tanto belle al cinema (vedi ad esempio nel Caimano di Moretti) qui risultano stucchevoli, la Milillo, nel complesso credibile, non riesce a portare la voce fino alla galleria: già a me, nelle prime file, arriva debole e lontana. Isabella Ferrari costruisce invece i suoi due personaggi in maniera gustosa e sfaccettata, utilizzando un accento un po’ sporcato di Nord Italia, e movenze da case di ringhiera per il primo personaggio, e una recitazione più intima e sofferta, un po’ televisiva forse, per il secondo.
Lo spettacolo ha avuto una genesi particolare per essere uno spettacolo italiano: la regista ha sperimentato ogni battuta e i meccanismi tra le attrici attraverso dei laboratori fatti all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico, e al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Questo ha dato al dialogo molta naturalezza (la Comencini, in fin dei conti, arriva dal cinema) e alla regia un po’ di movimento, anche se, nel complesso, l’impressione di staticità e di noia dovuta alla totale mancanza di azione si fa sentire abbastanza presto.
Stasera sono stato a vedere il nuovo film di Verdone: "Il mio miglior nemico" e, a parte la solita storia italiana con un po' di commedia e un po' di emozioni (tra l'altro ben scrite e ben mescolate), la cosa che mi ha colpito di più è l'uso delle sponsorizzazioni. Da poco tempo c'è una nuova legge nel cinema che, in linea con quello che si fa all'estero, permette la pubblicità nei film che così possono ottenere dei servizi o dei soldi, cose che per il "povero" cinema italiano non fanno male. Product placement lo chiamano.
In questo film la pubblictà però è spesso sfacciata. C'è la Birra Moretti che riempie le tende e i tavoli e i grembiuli del bar dove lavora Muccino e le pance di chi beve qualcosa nel film (assieme all'acqua Lete), c'è il computer IBM ThinkPad su cui vengono mostrate le foto del tradimento di Verdone, c'è la Volkswagen e l'Audi, ma soprattutto la Vodafone. Nel film i protagonisti spesso si telefonano, e la marca e in bella vista, l'albergo di Verdone ospita una convention Vodafone all'nizio del film, Muccino con il suo telefono fotografa Verdone che tradisce la moglie, sempre con il suo telefono cerca su internet dove può trovare il Gran Caffè Instanbul dove lavora la sua ragazza, e sempre grazie al mitico cellulare Vodafone fa una videochiamata in roaming internazionale da Ginevra a Instambul, con un immagine così nitida e con la marca così in vista, che nemmeno nelle telepromozioni... Il tutto, però, c'è da dire che si sposa abbastanza bene con il film, e tutti questi passaggi non sembrano forzati, ma sono accompagnati dalla sceneggiatura. Che nasca un nuovo modo per finanziare i film? Verrà abolito il FUS, Fondo Unico per lo Spettacolo?
Da segnalare poi la sponsorizzazione dei vestiti di Silvio Muccino, direttamente da uno dei miei negozi preferiti "AmoMamma"
Il diritto al voto è, appunto, un diritto. Diritto che non potrò esercitare nè domenica nè lunedì.
In un mondo dove da casa mia posso comprare via internet sushi e lasagne, pizza e burritos, stoffe dall'India, tappeti dall'Africa, jeans dagli Stati Uniti e libri dal Giappone, non mi è permesso di votare nella città in cui vivo e lavoro, ma devo tornare al paese dove ho la residenza. Oltre seicento chilometri da qui.
Chi è residente all'estero può votare. A Boston, a Vancouver, a Parigi, a Bogotà. Io che sono domiciliato a Roma no. Assurdo.
Ma possibile che non si possa studiare un sistema di votazione per chi non vive dove risiede? E si tratta soprattutto di giovani, quei giovani che entrambi gli schieramenti dicono di voler favorire.
Spero almeno che il gap tra i due schieramenti sia enorme, così non mi sentirò in colpa per non essere andato a votare.
In una scena de "Il Caimano" di Nanni Moretti, il protagonista si siede al bordo del letto dei uno dei suoi due figli, e inizia racconta loro ogni sera un pezzo di una storia, la storia di Aidra, una specie di eroina pulp uscita direttamente dagli anni '70.
La scena mi ha ricordato quando mio padre si sedeva ai bordi del mio letto e racontava a me e a mio fratello una storia. Spesso raccontava la stessa, eravamo noi a chiedergli di ripeterla. La storia mio padre la chiamava "La metamorfosi", e faceva paura. Raccontava di un uomo che si trasforma in insetto.
E non l'aveva inventa lui, ma Kafka.
Mi piaceva un sacco quella storia.
Di solito tiro dritto dal mio portone alla metropolitana, coprendo quei pochi metri che mi separano dalle scale che scendono nella terra in poco meno di un minuto, con gli occhi bassi e la testa altrove. Vado al lavoro ed ho altro cui pensare, mi dico.
Sono un po' di mattine, invece, che preferisco decidere diversamente. Mi sveglio prima. Faccio colazione prima. Scendo prima. E snobbo l'entrata della metropolitana, preferendo incamminarmi lungo la via che da sotto il ponte porta verso il centro.
Tutto mi è familiare. Dall'altezza del marciapiede, a quella degli alberi, dalla posizione delle ombre, agli orari dei negozi, dalle macchie di benzina all'autolavaggio fino all'odore di cornetti del panettiere.
Cammino nel sole freddo del mattino, che di lì a poco diventerà estivo, facendo piccole cose che mi danno serenità.
Lavanderia. Colazione. Giornalaio. Dvd.
Qualcuno mi saluta per nome, qualcun altro mi riconosce e mi fa un cenno, qualcuno mi riconosce ma fa finta di niente, qualcun altro proprio non mi ha mai visto.
Prendo la metropolitana una fermata più in là del solito, più rilassato. Pronto ad affrontare tutte le fermate che mi faranno attraversare la città per arrivare quasi alla fine della linea rossa, dove mi aspetta il mio lavoro.
Voglio prendere la vita un po' diversamente.
Un piccolo rumore sfriguglia nell'aria. Il grasso diventa più scuro, sale il fumo assieme al calore della brace. Il grasso si inumidisce sempre di più fino a gocciolare, la carne si fa salata e bruna. Ecco una fiammata: sono le gocce unte che hanno toccato la brace bollente e alimentano la stessa. Il barbecue brilla al centro del giardino, illuminato da un sole che sembra d'estate, in una villa sull'appia antica. Tutto attorno ragazzi a piedi nudi, sdraiati nell'erba, tra un orto e un bosco di banano, tra una piscina ancora vuota e un campo pieno di alberi di arancio ancora sotto un metro d'altezza. Si beve birra, si beve vino, si parla e si prende il sole.
Che belle le domeniche di primavera...