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Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.

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venerdì, 31 marzo 2006

"La punteggiatura: vi sembrera' strano, ma la punteggiatura per me non serve a niente..e' per questo che non la metto...non vi preoccupate ho studiato i verbi e la grammatica, ma delle volte mi diverto a scrivere come voglio.vado di corsa ..me ne infischio se tutto non e' scritto correttamente..  (e poi anche james joyce non usava la punteggiatura ;-)"

Dal nuovo blog di Flavia Vento, passate a darci un'occhiata, non ve ne pentirete

Postato da: creativamente a 18:08 | link | commenti (6) |

Piccolo spazio pubblicità.

Il mio fratellino ha aperto un sito molto bello, con un po' di cose fatte da lui.

Anche l'altro mio fratello ha un sito e anche un blog.

Siamo una famiglia di internauti attivi.

Postato da: creativamente a 17:55 | link | commenti |

giovedì, 30 marzo 2006

Io ho un nome strano. Mi chiamo Giona. Nessuno di quelli che ha il mio nome salvato nella rubrica del cellulare ha un numero salvato sotto lo stesso nome, ma corrispondente ad una persona diversa. In pratica è un nome raro. Io nella mia vita ho incontrato solo un bambino qualche tempo fa che aveva il mio nome, eppure stando a questo sito ce ne sono almeno cui  intestato.

Il vantaggio è che nessuno mi confonde per qualcun altro, e che quando si parla di Giona, si parla inequivocabilmente di me.

Lo svantaggio è che non capita mai che uno lo capisca al volo il mio nome, e sempre mi viene chiesto di ripeterlo, e poi mi si chiede lo spelling. Così come lo spelling mi viene chiesto quando qualcuno deve scrivere il nome. E lo scrivono jona, jonah, johna, gionah, gionatan, jonatan, gionata, o lo storpiano in johnny, gioia, giovanni, oppure pensano sia un nick, o un soprannome, o un nome d'arte.

Ma il mio nome mi piace. Mi corrisponde, e non sempr capita...

"Il cognome è come un naso o un paio di occhi o una voglia rossa sul culo: te lo becchi di un tipo o di un altro a seconda di dove la roulette del destino ha deciso di farti nascere; il nome, invece, te lo regala chi ha un'idea precisa su come chiamarti (...) e di sicuro ha un caricatore pieno di sogni da spararti addosso, anche se non sa assolutamente chi sarai e che cosa farai."

Da "Il mio nome è Herbert Fanucci" di Davide Van De Sfroos

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mercoledì, 29 marzo 2006

Uno dei miei migliori amici lavora nella distribuzione italiana di questo film: Terkel in trouble, un cartone animato danese politicamente scorretto, uscito nelle sale in Danimarca con enorme successo e riproposto in Italia dal 7 Aprile, con le voci di Elio e le Storie Tese, Lella Costa e Claudio Bisio.

Sul sito si trovano anche dei trailer e lo trovo pazzesco, la canzone cantata da Elio ti entra in testa dopo il primo ascolto e prevedo un grande successo pure quida noi.

Si legge sul sito: "Canzoni, pugni, omicidi e suicidi in un cartone animato estremo, divertente, psicotico, paranoico, delirante che è destinato a diventare un caso".

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martedì, 28 marzo 2006

Spesso sono a casa da solo. Mangio da solo, guardo la tv da solo, scrivo da solo, cucino, lavo, stiro, penso, parlo da solo. E sto bene. e la colonna sonora dei momenti di solitudine è spesso un disco di Franco Califano, uno qualunque. Lo trovo grandioso, sia nelle canzoni, sia nei melologhi, quelle poesie con musica che tanto lo caratterizzano. E mi fa stare bene.

Postato da: creativamente a 23:37 | link | commenti (10) |

Ho trovato una chiave in un cassetto. Ero convinto fosse una chiave per il portone di casa mia, invece no. Non so minimamente cosa io possa aprire con quella chiave. Mi piacerebbe portarmela in giro e provare in tutte le serrature e vedere se qualcuna scatta, magari inaspettata. E' bello quando ti si aprono le porte che non ti aspetti, e tu ti ci butti dentro, con entusiasmo e un po' di timore.

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sabato, 25 marzo 2006

Di solito non mi capita mai di avere tempo di visitare una città mentre viaggio per lavoro. Oggi è successo di avere un po' di ore libere a Pisa.

Salire sulla torre è una cosa da turisti, e anche il prezzo è da turisti: 15 euro. Tutte le volte che sono venuto a Pisa (almeno 3 o 4) la torre era chiusa o per restauro o per troppa affluenza. Oggi nessuno era in fila per salirci e la giornata risplendeva di un sole ormai definitivamente primaverile.

Salgo le scale guardando i gradini. Le mani scivolano lungo le pareti di pietra che trasudano storia e umidità. Tutto è pulito e da poco restaurato, nessuna scritta tipo luca ti amo o marco è stato qui. Solo un viva la roma a metà della salita, scritto con un pennarello nero, forse proprio stamattina. Domani già non ci sarà più.

Mentre salgo lungo la scala a spirale mi sento portare verso l'esterno dal lato dove la torre pende, e mano a mano che salgo la forza che spinge verso il basso si acentua sempre di più, e i gradini si piegano in un affossamento che è sempre più profondo e sempre più verso l'esterno mano a mano che si sale, segno che la sensazione di perdita di equilibrio che ho io l'hanno avuta prima di me milioni di persone da mille anni a questa parte. E la parete a fatto da sostegno e da punto sicuro.

La salita si fa più stretta, la scala più buia, tranne quando si apre al sole ad ogni piano, con una porta che ti mostra la piazza, la cattedrale e il battistero. Arrivati in alto non è finita, si può salire ancora, attraverso una scala ancora più stretta e dai gradini di marmo scavati.

La cima della torre è un anello in pendenza. A separarti dal vuoto tutto attorno una piccola ringhiera di ferro battuto. Giro veloce lungo la striscia di marmo circolare in cima alla torre, la forza della pendenza aumenta la velocità della mia camminata in corrispondenza del punto più basso. E' affascinante e adrenalinico, sotto ci sono i venditori di torri di pisa di marmo o di gesso, quelle fatte a lampada e quelle che cambiano colore con il cambiare della temperatura, sotto ci sono i turisti che fanno le foto con le mani tese, come se stessero sostenendo la torre, sotto ci sono i poliziotti, ci sono i fedeli, ci sono gli artisti di strada, ci sono i pisani distratti, l'erba e la città.

E sopra ci sono io.

Che giro e giro e giro, e mi sembra di cadere, mi sembra di sfidare la gravità, in cima ad una meraviglia del mondo.

La torre di Pisa.

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venerdì, 24 marzo 2006

Appena tornato ed eccomi di nuovo in partenza, questa volta solo per qualche giorno, e solo a qualche centinaio di chilometri da Roma, e non per piacere ma p lavoro. Mi piace quando lascio la scrivania, gli studi, le solite facce e giro come una trottola su e giù per l'Italia. In questi giorni toccherò almeno quattro regioni e dormirò ogni sera in una città diversa. Bene, si ricomincia a fare sul serio, finalmente.

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mercoledì, 22 marzo 2006

Sotto casa mia c'è una macchina bianca, una cinquecento di quelle nuove, di quelle nuove / vecchie, di quelle squadrate, anni '90, con la ruggine che erode la carrozzeria e i sedili che esplodono di polvere. A guidarla c'è un uomo che fa fatica a camminare e che abita nel mio palazzo, avrà settant'anni, o forse meno ma li porta male. Spesso lo incrocio sul pianerottolo e la sua andatura di infermo rallenta il mio passo spedito. Con lui c'è sempre la moglie, non si muove senza, una donna anonima e che passa inosservata, non fosse per i continui rimproveri che dà al marito, incurante del malessere che questo si porta dietro e che appoggia al bastone consumato.

Questa macchina è sempre posteggiata attorno al portone di casa, un po' più avanti, un po' più indietro, dall'altra parte della strada o dopo la curva. Spesso sta ferma per giorni, settimane, mesi, segno che probabilmente i proprietari non si spostano molto.

La riconosco perchè da due anni, dal primo giorno che sono arrivato qui, vedo sulla cima dell'antenna della radio un fiocco bianco di plastica, ingiallito dalla pioggia e rovinato più dal vento che dalla velocità del mezzo.

Ogni volta che vedo quel fiocco fantastico sulla storia che ha fatto sì che quell'uomo infermo lo legasse lì.

Sicuramente si tratta di un matrimonio, probabilmente quello della figlia, una figlia che si è sposata grande e che fino al matrimonio forse ha vissuto con loro. Che si è sposata un uomo diverso da lei, per ceto sociale e per cultura, un uomo che poteva riscattarla dalla cinquecentobianca del padre, un uomo che la macchina la cambia tutti gli anni e che il sabato mattina la fa lucidare. Un uomo che il vecchio zoppo non sopporta tanto. Ma al matrimono ci è andato, eccome. Orgoglioso della sua unica figlia in abito bianco, con un abito che gli è costato tutta la pensione di invalidità degli ultimi tre anni, ma che ha pagato lui e non la famiglia dello sposo.

In chiesa avrebbe potuto stare sempre seduto quell'uomo zoppo, perchè ad alzarsi fa fatica, con quella gamba più corta e un po' storta, ma lui voleva dimostrare alla figlia che c'era sempre, che era lì, che le stava vicino. Nel vestito grigio fatto sistemare al sarto perchè non scivolasse troppo sulla scarpa, dalla parte dove la gamba è più corta.

E ha tirato il riso, e ha pianto, e ha sfrecciato dietro la carrozza trainata da cavalli bianchi, con la sua cinquecento anch'essa bianca un po' ammaccata ma tirata a lucido per l'occasione. E mentre era in macchina piangeva ancora, e piangeva anche la moglie. Perchè erano felici, perchè sarebbero rimasti soli, perchè quella gamba corta sarebbe stata ancora più difficile da sopportare.

E al matrimonio quel signore strambo ha mangiato, ha bevuto e ha anche cantato, dedicando alla figlia una canzone della sua terra natia, dove fa caldo per dodici mesi l'anno, dove l'olio è quello del contadino, e la passata di pomodoro si fa in casa come la pasta.

E dopo il matrimonio l'uomo è tornato a casa, con la cinquecento e il fiocco bianco, con la moglie brutta e la gamba storta.

La casa vuota, la cameretta imbalsamata, le bambole impolverate, la gamba storta.

Il caffè della mattina, il tg del mezzogiorno, la soap opera del pomeriggio, la pennichella, la minestrina, il varietà e la gamba storta.

Tutto normale, compresa la gamba storta. Ma senza un pezzo di vita, che ora girava con una macchina americana troppo grande per chi aveva imparato a guidare su una cinqucento presa nuova apposta per la sua patente.

Passa il tempo. Le visite della figlia si fanno sempre più rade, la gamba sempre più storta.

Un fiocco sulla macchina ricorda un tempo, ricorda il passaggio, crea abitudine e timore. Fa un po' paura.

Un giorno o l'altro vorrei strapparlo quel fiocco bianco ormai giallo. Vorrei vedere se la vita cambia, se le abitudini si spezzano, se l'inquietudine di un momento può generare felicità, se una lacrima può cambiarti la vita.

E magari farti guarire la gamba.

Un gamba storta che ci mette dieci minuti ogni volta che deve entrare in quella cinquecento bianca troppo stretta, con un fiocco bianco sul tettuccio. Che resiste. Ancora per poco.

 

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martedì, 21 marzo 2006

La maleducazione dei tassisti di Roma.

Che quando li fermi ti chiedono dove devi andare perchè se non si trova nella direzione di casa loro non ti ci portano.

Che se c'è troppo traffico non vogliono attraversare la città perchè non gli conviene rispetto a prendere molte corse.

Che ascoltano le partite della Roma ad altissimo volume.

Che fumano in macchina senza chiederlo al cliente.

Che su una corsa di 13 euro e cinquanta e un pagamento di quindici euro si tengono il resto pensando che voglia lasciar loro la mancia.

Che parlano al cellulare urlando nella cornetta.

Che non abbassano la radio quando il cliente è al telefono.

Che dicono che fanno un lavoro di merda e che guadagnano poco (avete mai pensato a quanto può guadagnare un tassista, una volta finita di pagare la licenza?)

Preferisco di gran lunga l'autobus o la metropolitana (nonostante i lavori, i ritardi, il sudore, le ascelle pezzate, il riscaldamento, l'afa, le signore grasse etc etc)

Postato da: creativamente a 14:26 | link | commenti (6) |

lunedì, 20 marzo 2006

la prima mail mi è arrivata il 19 marzo. Firmata da un misterioso "nove novembre NS" conteneva una poesia e un pezzo di puzzle.

Guarda, contro il sole si staglia. Lui ride da sempre perchè è ripieno
di paglia che brucia anche con la neve.

L'ho ignorata pensando ad un errore o ad uno spam. La mail finiva con un "a presto" che si è tradotto, il giorno dopo, in un'altra mail:

...tuttavia per il momento
Resta difficile inventarsi le cause al moto

E protesto
E protesto

Resta difficile inventarle, per svariati motivi
Uno di questi è che
Di fronte all'irreversibile

C'è solo l'attesa
C'è solo l'attesa

E in un altro pezzo di puzzle. Incuriosito girovago online dove trovo un sito, questo, dove tutti spediscono i propri pezzi e i puzzle vengono composti.

Di cosa si tratti ancora non l'ho capito, ma la cosa mi attrae, anche perchè nella mail non c'è nè un indirizzo nè un link, e l'aggregazione è spontanea.

Voglio capirne di più.

Postato da: creativamente a 18:15 | link | commenti (3) |

domenica, 19 marzo 2006

Torno da New York e trovo le triccheballacche.

 

 

 

 

Accendo per caso la tv, sul programma che da sempre mi aggiorna su tutto quello che capita nella tv commerciale e non solo, Buona Domenica, e trovo la anteprima mondiale della canzone di orlando Portento, triccheballacche, la cammellata. Ora: due mesi fa anche uno che, come me, si occupa di televisione, non aveva minimamente idea di ch fosse questo Orlando Portento. Oggi siede tra gli ospiti di Buona Domenica e presenta il suo singolo in anteprima: Claudio Lippi l’ha già in mano ma annuncia che uscirà solo nei prossimi giorni. Cerco informazioni su chi sia questo Orlando Portento e mi raccontano che si tratta del marito di Angela Cavagna, e mi raccontano dell’exploit fatto alla prima puntata della fattoria, e dei neologismi da lui inventati. Il personaggio, l’ho visto solo per questi cinque minuti, sicuramente merita attenzione, anche se non so quando possa resistere sulla lunga distanza. La canzone, un po’ paracula, fa ridere: “Triccheballacche la cammellata, questo è il mio ballo la mia trovata, triccheballacche la cammellata, alzi la mano chi l’ha imparata”. A contrario di quanto successo con altri personaggi trash, vedi Lecciso, in questo caso non canta il portentoso Portento, ma due ragazze anonime il cui ritornello ripetuto in maniera ossessiva per tutti i due minuti del brano, è interrotto da delle frasi di Portento, recuperate dai vari interventi televisivi. Il balletto, stile macarena, prevede un gesto con la mano a picchio e la gamba ballerina, l’imitazione della cavalcata di un cammello e la mano che saluta, come nel gioca jouè di Cecchetto. I numeri per un successo del trash ci sarebbero tutti… di quelli mordi e fuggi, che durano un weekend, ma che diventano pezzi da collezione per chi ama il genere.

 

 

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Ancora oggi si fa sentire il JetLeg, e ho dormito fino alle due, fino a quando è arrivata la ragazza che fa le pulizie e ha suonato alla porta e mi ha svegliato... La giornata è carica di pioggia, ma ancora non piove. Io sto dedicando la giornata alla scrittura, cosa che non facevo da mesi, ormai. E sono felice. Mi sento come uno spirito nuovo, una carica con cui ricominciare tutto da capo.

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sabato, 18 marzo 2006

26 anni fa nascevo io.

giona (bimbo)

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venerdì, 17 marzo 2006

Eccomi a Roma. C'è il sole e si sta bene. Ieri sera giro in centro e pasta alla carbonara in un'osteria alla buona. Oggi passo a cinecttà a salutare i colleghi e per capire che succede nei prossimi giorni. Ricomincia il tram tram.

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mercoledì, 15 marzo 2006

Eccomi quasi in partenza. Le valigie sono pronte, stracolme di qualsiasi cosa, le lenzuola sono in lavanderia, e alle 6pm vado all'areoporto. Alle 9 parto e domani mattina verso le 11:30 sono in Italia e riaccenderò il mio telefono italiano.

Sono stati due mesi che non dimenticherò mai, due mesi che mi hanno insegnato tanto, che mi hanno arricchito, che mi hano dato fiducia, che mi hanno riempito, cambiato, cresciuto. L'esperienza più grossa della mia vita, un punto di svolta, di partenza. Per dove? Non lo so.  L'unica cosa che so è che non sarà facile tornare a casa. Vivere nella città più bella del mondo, Roma, non è lo stesso che vivere nel cuore del mondo.

La cosa che più mi mancherà di New York è la sensazione che qui tutto sembra possibile, tutti i progetti si possono facilmente realizzare, e i sogni non rimangono solo sogni.

In Italia sembra diverso, o forse è solo una prospettiva diversa quella con cui ho guardato le cose qui.

E se è così spero di portarmela a Roma questa prospettiva, e trasferirla anche a chi mi sta vicino.

In attesa di tornare a New York un'altra volta.

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Non saprei rispondere velocemente se qualcuno mi chiedesse i miei cinque romanzi preferiti di tutti i tempi, uno però di sicuro ci sarebbe: Chiedi alla Polvere, di John Fante. E con lui, tutti i romanza della saga di Arturo Bandini. Così quando, appena arrivato in America, ho scoperto che ne era stata fatta una versione cinematografica, mi sono segnato la data di uscita per andare a vederlo. La pima è stata in tutti gli stati uniti settimana scorsa. E io me lo sono visto in un cinema di Hollywood, sulla Sunset Boulevard.

La storia, per chi non lo sapesse, è ambientata a Los Angeles nella prima metà del secolo scorso, e il protagonista è un ragazzo di origine italiane cresciuto con una forte educazione religiosa, inesperto del mondo femminile, concentrato solo su se stesso e sullo scrivere, essendo convinto di essere un grande scrittore, ma non riuscendo mai a scrivere niente, con la conseguenza di essere sempre al verde. Un romanzo di formazione che parla della crescita di un ragazzo e della conseguente crescita di uno scrittore.

Il tutto scritto in maniera semplice ma magistrale, con dei personaggi grandiosi, come il protagonista, e la ragazza di cui lui si innamora. La versione cinematografica, diretta dallo sceneggiatore di Chinatown, Robert Towne, vede nei panni del tormentato protagonista... Colin Farrel. Colin Farrel? quello di Phone Booth, Alexander e Swat? Si, lui. E devo dire che, almeno nella prima parte, riesce ad interpretare bene Arturo Bandini, nonostante la canottiera con i muscoli sempre in vista (almeno si è coperto i tatuaggi), la barba incolta, e lo sguardo un po' troppo sicuro di sè.

Foto: Paramount Classics

Per il resto il film non è niente di speciale, e soprattutto non ha niente a che vedere con il romanzo. Nel film si racconta la storia d'amore tra Arturo e Camilla (interpretata da Salma Hayek). Stop. Con particolare attenzione ad un aspetto, non così di primo piano nel romanzo, che riguarda le differenze razziali (Camilla è messicana, è trattata male da tutti e ha paura che Arturo non la voglia sposare per questo). Per il resto si perde quasi del tutto il tormento religioso di Arturo, così come è un po' zoppicante il percorso di approccio alle donne che nel romanzo invece è così chiaro. Per non parlare poi del finale dove il libro viene come completamente dimenticato, a favore di una conclusione, sicuramente emozionante, ma che farebbe rivoltare Fante nella tomba: Camilla muore, ma prma di morire dice ad Arturo di amarlo, Arturo si dice pronto a sposarla, ma lei gli spira tra le braccia. Arturo così la seppellisce, e appena pubblica il suo romanzo torna sulla tomba e glielo legge: l'incipit è una frase che lei aveva recuperato dalla spazzatura. Insomma, per chi sa come finisce il romanzo, questa è un altra storia.

Tra l'altro ho letto sul New York times che lo stesso Fante aveva dato i diritti a Towne negli anni '70, ma che il progetto è rimasto lì per anni, fino ad oggi.

Insomma, se amate il libro state alla larga dal film (che esce in Italia a fine aprile), vi verrebbe l'ulcera ad ogni sequenza... Consiglio invece vivamente la lettura del libro a chi ancora non l'avesse fatto. Chi ha letto il libro mi faccia sapere che ne pensa...

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martedì, 14 marzo 2006

Eccomi tornato da Los Angeles a New York. Questi cinque giorni sulla west coast sono stati proprio una vacanza, e tornare a New York è come tornare a casa, ma in realtà partirò solo mercoledì per casa mia, e giovedì mattina sarò a Roma, pronto per festeggiare il 18 marzo, i miei 26 anni…

La festa in questa villetta di Hollywood, l’altra sera, è stata divertente: decine di persone strampalate che andavano da un indiano d’America artista di murales, alla ballerina di uno show televisivo, passando naturalmente, per producer, registi, sceneggiatori e una folla di attori, per lo più ancora in cerca di fama, qualcuno con un film importante sulle spalle come co-protagonista che, appena si presenta, ti ricorda “era nell’89, il film famosissimo, non l’hai visto? Beh io ero quello lì che bla bla…”. Durante la serata, a base di vino della California e di tutto il mondo, con sushi fatto in casa e pizza surgelata with pepperoni (chiamano così la nostra pizza col salame, non so perché), mi sarò presentato decine di volte, avrò raccontato di me decine di volte, avrò ascoltato decine di storie diverse e sono stato bene. Qui tutti sono gentili, socievoli, amiconi, in cerca di agganci e di gloria. Divertente…

Il giorno dopo scivolo sulle autostrade della California, larghe, lunghe, ondulate come in un videogioco, verso Disneyland. Niente a che vedere con tutti i parchi di divertimento che ho visto fino ad ora, compreso gli Universal Studios. Qui sembra di entrare in un mondo dove tutto è familiare, tutto è perfetto, tutto è eterno, come il sorriso di Topolino, o il morso sulla mela di Biancaneve. Un parco dove non ci sono giochi di velocità, o adrenalina, ma a farla da padrone è la fantasia e l’immaginazione.

Giro dal vecchio far west, alla giungla, alla casa di Topolino, seguo Indiana Jones nel tempio maledetto, faccio le guerre stellari, parto sulla nave di Tom Sawyer e mille altre cose ancora. Il parco è stracolmo di gente, ma grazie ad un sistema efficace di prenotazione, si può andare alle principali attrazioni senza fare troppa fila.

Ma la cosa che, da sola, vale il prezzo del biglietto, è lo spettacolo Fantasmic che si ripete da anni, tutte le sere, in mezzo al lago artificiale Rivers of America. Mezz’ora di show da far impallidire tutti gli spettacoli di Broadway, che mescola tutti gli strumenti possibili dell’intrattenimento per raccontare una storia epica di lotta tra bene e male, attraverso tutti i film della Disney. Recitazione, ballo, canzoni, musica, effetti speciali, fiamme, fontane, laser, fuochi d’artificio, costumi, elevatori, enormi pupazzi, un drago che sputa fuoco e fumo, una nave dei pirati con tanto di stuntman spericolati, Peter Pan che vola fino alla cima del palo più alto, Capitan Unicino che scivola nella bocca di un enorme Coccodrillo. E poi le fiabe d’amore e i valzer della Sirenetta, della Bella e la Bestia, della Bella addormentata nel bosco, per finire con una nave di legno a grandezza naturale, del genere Capanna dello Zio Tom, carica di tutti i personaggi Disney, da Toy Story a Paperino, che cantano, ballano e salutano, mentre fuochi artificiali illuminano il lago a giorno, e i brividi arrivano sulla schiena di tutti gli spettatori. Fenomenale. La cosa più bella, che fa da leit motiv a tutto lo show, sono le proiezioni di spezzoni di cartoni animati su un muro di spruzzi d’acqua alto dieci metri, proiezione multimediale che aggiunge fuochi d’artificio quando si vede la bacchetta magica o spruzzi che bagnano il pubblico quando la Balena di Pinocchio sbatte la coda. Siamo lontani anni luce da quello che si vede in Italia, qui siamo a poche miglia da Hollywood e da Las Vegas, nel paese dove the dreams become true, i sogni diventano realtà.

Uscito dal parco percorro la strada verso Hollywood, quasi un’ora, come inebetito, senza accendere la radio, ripensando a quello che ho visto e al fatto che, probabilmente, non lo rivedrò per lunghissimi anni, come praticamente tutto quello che ho visto e vissuto in questi mesi. Inizia la nostalgia e la voglia di non tornare…

Il giorno dopo è domenica e vado a Venice Beach, la spiaggia più famosa d’America. Il tempo è un po’ più clemente rispetto agli altri giorni, ma non è certo estate. Eppure qui sembra di essere ad agosto: bancarelle, muscoli, bikini, surfisti, skaters, murales, neri col volto coperto da dreads che vendono mazzi di salvia allucinogena, hippie con roulotte colorate, writer, seni rifatti, labbra gonfiate, partite di pallacanestro, bagnini alla baywatch, e chi più ne ha più ne metta. Una teoria di mostri che se non la si vede non la si crede. Ad agosto deve essere impressionante!

Lascio Venice Beach e le spiagge di Santa Monica, per risalire, lungo la bellissima Pacific Coast Hwy, l’autostrada che dal Cile sale fino al Canada, fino a Malibù, il paradiso dei surfisti, spiagge incontaminate e più tranquille, con le ville di Leonardo di Caprio, Tom Hanks e mille altri a dominare il golfo dall’alto.

Nonostante intanto il sole si sia nascosto e faccia un freddo considerevole, un gruppo eterogeneo di persone surfa le onde dell’oceano. Si alza il vento, e fa ancora più freddo. Mi chiudo dentro la giacca, mentre le onde diventano più grosse e i surfisti più eccitati. E’ una filosofia, un mondo a sé.

In serata chiacchiere con i ragazzi che mi ospitano, bellissime persone che, come molte altre che ho conosciuto qui, mi piacerebbe rivedere presto ma che molto probabilmente non rivedrò mai più. Peccato, fa un po’ di tristezza pensarlo. Ma non si sa mai che strade può riservarci la vita… posso sempre trasferirmi a Hollywood!

(nota: diverse persone ultimamente mi hanno chiesto se ho cancellato loro dei commenti. Io non ho mai cancellato nessun commento su questo blog e non penso lo farò, se non trovate quello che avete scritto è perché probabilmente Splinder se l’è mangiato. Riscrivetelo)

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sabato, 11 marzo 2006

Stamattina sveglia presto, nonostante ieri sera si siano fatte le tre di notte... a giocare a Risiko!

L'ambiente in questa casa e' proprio bello: nonostante sia per loro un perfetto sconosciuto, vengo trattato come un amico, invitato a cene, partite di calcetto (invito naturalmente declinato) e stasera ad un party in una villetta qui a Hollywood. Mi dicono che ci saranno 50 persone e vogliono cucinare la carbonara per tutti: io verro' coinvolto nella cucina...

Stamattina sono stato a Beverly Hills (90210), un quartiere che sembra finto, pieno di palme, alberi secolari trapiantati li' da chissa' dove, vialetti acciottolati, case vittoriane, case europee, villette palladiane, costruzioni piu' ardite, enormi giardini, statue, cancelli. E' il quartiere dei ricchi, e delle star (sulle cui tracce mi sono buttato, per essere trash fino in fondo, con una piantina che indicava l'ubicazione delle loro case). Le strade sono deserte, solo qualche giardiniere messicano, qualche cameriera vestita come nei film e pochi altri. Qualche signora in tuta fa footing, qualche altra porta il cagnolino minuscolo a fare pipi'.

Si respira pace e tranquillita', tutto e' perfetto, tutto e' pulito, tutto e' bellissimo. Troppo.

E lo stesso e' dalle parti di Rodeo Drive, il centro commerciale del quartiere, la montenapoleone di Beverly Hills, tra versace, dolce e gabbana, armani e cavalli. Tutti impazziscono per l'Italia.

Nel pomeriggio attraverso la citta' per andare a Downtown, il centro piu' vecchio di Los Angeles. Parto da El pueblo, l'agglomerato piu' antico, che sembra un pezzo di messico trasportato qui. ristoranti, baretti, sombreri, e tortillas compresi.

proseguo per il resto del centro e anche qui i contrasti sono fortissimi, a distanza di pochi blocchi puoi trovare il complesso per la filarmonica intitolato a Walt Disney, una costruzione ricoperta da lastre di alluminio che ricordano le onde del suono o del mare, e una piccola Little Tokio, dove tutto parla giapponese, un quartiere koreano, uno cinese, e, la parte piu' bella e affascinante, la Broadway che, dalla terza alla nona strada, e' un mondo imperdibile.

Questo era il centro della cultura e dello spettacolo di Los Angeles, prima che Hollywood prendesse il sopravvento. Qui c'erano i neon, i lustrini, le follies, le signore coi vestiti eleganti, gli spettacoli di Charlie Chaplin, le star del grande cinema americano dei primi del novecento. Poi tutto e' caduto in declino, e quello che vedi adesso e' un ammasso di lusso scrostato, ricoperto di polvere, rovinato, e occupato dai messicani. Qui tutti parlano spagnolo, le insegne dei negozi sono spagnoli, e anche quello che si vende e' principalmente indirizzato a loro. Cd di musica latina, magliette con scritte in spagnolo, maschere del wrestling messicano (la lucha libre), statue di santi, madonne e gesucristi, pozioni da santeria, e vestiti italiani anni '80 rivenduti come all'ultimo grido per pochi dollari. Nei vecchi teatri ora ci sono chiese, night club, negozi di telefonia, o semplicemente le porte sono sbarrate, e le lettere delle insegne cadono a poco a poco...

Los Angeles e' un insieme affascinante di cose, culture, mondi, differenze economiche e geografiche. Un agglomerato di contrasti ancora piu' forte di New York, dove tutto sommato c'e' una unita', se non altro architettonica, in ogni quartiere.

E Hollywood e' solo la parte meno affascinante.

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venerdì, 10 marzo 2006

Scrivo da un internet point gestito da un cinese sulla Hollywood Boulevard.

Sono arrivato a Los Angeles ieri mattina. Partenza da New York alle 7, il che vuol dire che ho lasciato casa mia alle 5am. Considerando che Los Angeles e' tre ore indietro, per quando riguarda il fuso, praticamente e' come se non avessi dormito.

Sei ore di volo, ed eccomi dall'altra parte del mondo.

Dopo nemmeno mezz'ora che avevo toccato terra gia' mi trovavo sulla macchina che avevo affittato (ho chiesto la piu' piccola e mi sono ritrovato una enorme ford grigia con cambio automatico), a scivolare sulle immense strade della California, con gli occhiali da sole, il finestrino abbassato e la radio a palla che spara continuamente solo reggaeton.

Sono in vacanza, man!

In fondo alla strada le lettere bianche mille volte viste stampate su riviste e cartoline mi indicano la strada.

E' li' che devo andare per arrivare ad Hollywood.

Ad aspettarmi c'e' la ragazza del direttore del Miff, Milano International Film Festival, un festival di cinema indipendente per cui avevo lavorato qualche anno fa (a proposito, per chi e' a Milano o giu' di li', sappiate che inizia il 30 di marzo).

Il direttore di questo festival vive a Los Angeles, ma ora e' in Italia, e mi ha lasciato nelle mani della sua ragazza koreana.

La via di casa sua e' una traversa della Hollywood boulevard, la walk of fame, nella parte sopra la collina.

Arrivo, posteggio, salgo le scale e... sotto di me tutta Los Angeles.

La villetta e' fantastica, con un'immensa vetrata a fare da parete, come nei film. Ma qui non posso stare a dormire, perche' il letto che doveva ospitarmi si era bucato la sera prima (era un materasso ad aria), cosi' Tyler, un ragazzo del Missouri che vive nella villetta e che vuole fare l'attore, ma per il momento fa il muratore (molto "los angeles")' mi accompagna a casa di questi due ragazzi italiani, che hanno una stanza libera. Una casa ancora piu' bella, con un televisore che sembra un cinema. Uno dei due lavora con i computer, l'altro studia come attore, e dopo due anni di gavetta ora ha anche molti lavori. I due sono simpatici e mi accolgono come fossi un amico d'infanzia. In questo le persone qui sono completamente diverse da quelle che vivono a New York, tutti prendono la vita alla leggera (take it easy, man!), tutti sognano e pochi progettano, ma sotto i rivestimenti dorati, e le stelle che brillano, c'e' lo sporco e il marcio che, nonostante tutti cerchino di nascondere, viene fuori ogni due per tre.

Lo vedi in tutto, a partire dalla Hollywood Boulevard, la via piu' famosa di Los Amgeles, quella con i nomi delle star sul marciapiede. Non e' niente di speciale, sembra una via di una cittadina messicana, con qua e la' grandi megastore genere Las Vegas, dove tutto e' colorato e luccicante, ma e' solo cartapesta. E decine di negozietti di souvenir gestiti da messicani addormentati, o asiatici che parlano poco l'inglese. La piazza del teatro cinese, quella con le impronte delle star, e' minuscola, e i nomi sono solo poche decine (tra cui, accanto alla Monroe, la nostra Sophia Loren).

Oggi giornata agli Universal Studios, un parco a tema, costruito nei piu' grandi studi di Hollywood. La prima parte della giornata la riservo al tour degli studi. Su un pulmino con tanti di monitor e guida spiritosa si gira tra alcuni set di Hollywood, da quelli dello Squalo di Spielberg (il cui lago e' stato riutilizzato per la serie della Signora in giallo!), al vecchio far west, alle piazzette europee, alla villetta delle casalinghe disperate, il ristorante di Psycho,...

Nel frattempo durante il tour si passa in un paio di studi dove hanno ricostruito alcune scene con tanto di effetti speciali, come l'indondazione in un villaggio messicano, o il terremoto in metropolitana, con tanto di caduta del soffitto, e altro ancora. La parte piu' bella e' senza dubbio il set della guerra dei mondi, un aereo sfasciato caduto su una citta'. Impressionante.

Dopo il tour c'e' il parco a tema.

Una specie di Gardaland o Mirabilandia, dove tutto e' a base di cinema hollywoodiano, e le attrazioni sono piu' da vedere che da vivere (non ci sono montagne russe o simili, per intenderci, ma ci sono spettacoli, show in 3d e in 4d e via dicendo). Impressionante la parte dedicata alla spiegazione di come funzionano gli effetti speciali, con la dimostrazione di un incendio, un esempio di alcuni effetti base e la visita in uno studio per la sonorizzazione dei film.

Da non perdere il viaggio sulla delorean di Ritorno al futuro, in un teatro con uno schermo sferico che ti avvogle completamente.

Appena avro' la possibilita' mettero' sul blog anche le foto. (ne ho anche una di Spiderman che si arrampica su un lampione di Parigi)

 

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mercoledì, 08 marzo 2006

La sveglia suona presto, oggi mi aspetta un viaggio lungo. Devo attraversare tutta Manhattan per arrivare al Bronx.

Nel periodo che sono stato qui a New York mi è capitato di passarci: una sera abbiamo girato lungo il fiume, in una specie di deposito di camion, e per arrivarci abbiamo attraversato una buona parte del quartiere. Un'altra volta abbiamo girato, sempre di notte, in una zona di magazzini, dove le strade erano deserte, piene solo di cani randagi e spazzatura, con qualche macchina ferma lungo il marciapiede coi fari accesi. Un ragazzo di New York che era con me mi ha detto di stare alla larga dalle strade con quelle macchine ferme perchè in quelle auto o c'è uno con una prostituta, o un poliziotto che fa la ronda, o c'è un palo per una gang. Lui, nato nel Bronx, aveva paura ad aprire il finestrino e chiedere informazioni per la strada, dice che muoiono ogni giorno molte persone senza motivo, dice che rischi che qualcuno ti spari così per caso, dice che la gente ha paura, dice che lui se ne vuole andare da lì, ma intanto continua a viverci.

Quella notte abbiamo girato di corsa, tutti un po' spaventati dai suoi racconti.

Io sarò un incoscente, forse, ma il Bronx non mi fa paura. Quando ci sono passato di giorno mi ha dato l'idea di una periferia autonoma e orgogliosa, un mondo a sè, un po' razzista forse, ma sicuro. Almeno di giorno.

Così stamattina prendo il treno 5 della linea verde e scendo a Simpson Street, nel cuore del South Bronx.

Nelle orecchie ho la guida di Soundwalk che mi porterà a scoprire i graffiti del quartiere, proprio qui dove i graffiti sono nati, 30 anni fa.

La voce che mi accompagna è quella di BG183, aka Sotero Ortiz, uno dei fondatori  della TATS Cru, il più importante gruppo di graffiti art nel South Bronx. Mi sposto tra muri dipinti, parchi gioco con i canestri a terra, prati recintati, montagne di spazzatura, auto incendiate e altro ancora.

Nelle orecchie la voce mi guida a scoprire i muri più nascosti, e l'autore del disegno mi spiega perchè e come e che significato ha qull'opera in quel posto. E' pieno infatti nel quartiere di omaggi a cantanti hip hop morti, o o a personaggi fondamentali della graffiti art, ammazzati, finiti in galera, o morti di droga. Ai piedi di queste opere candele e fiori ormai secchi.

Il quartiere parla spagnolo, anche le insegne sono in spagnolo. La comunità portoricana la fa da padrone, lo si capisce dalle bandiere esposte un po' ovunque, e comunque basta guardare in faccia chi c'è per strada. Non vedrò un bianco per tutta la durata del mio percorso nel Bronx, impressionante.

E anche l'abbigliamento va per razze: i latini hanno pantaloni larghi, timberland ai piedi, camicie a scacchi su magliette colorate, e poi un bomber o un pumino col cappuccio. In testa una specie di bandana, sul viso un  pizzetto curato. I neri invece hanno le scarpe che luccinano, tanto che sembrano appena uscite dal negozio, ad uno ho perfino visto la placca antifurto attaccata alle stringhe. I pantaloni naturakmente oversize, ma di un jeans perfetto, senza una macchia o una sbavatura, e anche l'orlo dei pantaloni è ben dentro le scarpe, per non far rovinare gli stessi e per mettere in risalto le calzature. Sopra canottiere da basket o camicette da baseball o maglie da football americano, coperte da una giacca di pelle, con mille ricami o disegni, o da una pelliccia ecologica o vera, su cui troneggiano croci o alri simboli dorati. Al polso enormi orologi tempestati di finti diamanti. In testa cappellini da baseball con la visiera ben dritta e l'etichetta dorata (che indica l'originalità del prodotto) ben in vista nel mezzo.

Nel tragitto passo anche da un negozio da santeria, che vende prodotti per riti woodoo, cose che mi era capitato di vedere nella parte haitiana di Santo Domingo.

Da  queste parti, poi, anche la pubblicità è fatta a graffiti (questo è un nuovissimo videogioco che sta suscitando mille polemiche qui negli stati uniti, in cui il protagonista è un graffitaro che picchia e scappa)

Dopo il percorso sulla graffiti art prendo la metro per addentrarmi ancora di più nel Bronx, raggiungendo il River Bronx, un piccolo agglomerato di strade e di case da quattro soldi in cui è nato l'hip hop. A fare da guida c'è "The Original Jazzy Jay", il primo dj a portare la musica hip hop alla radio, su KISS FM.

Il percorso gira per delle strade dove apparentemente non c'è niente da vedere, solo cancellate arrugginite, parchetti deserti, marciapiedi sporchi e grandi caseggiati di mattoni scuri. Ma qui, in questa casa, è stato inventato lo scretch, qui invece si è ballato la breakdance la prima volta, qui c'è stato il primo concerto hip hop, qui si tenevano le prime feste all'aperto.

(il palco all'aperto dove èer la priva volta si è suonato e ballato hip hop)

In un ambiente modesto, anzi povero, in mezzo al niente, lontano anni luce dai fasti della Manhattan di Broadway. Forse chi è nato qui non è mai nemmeno stato a Times Square, perchè la linea della metro che passa da qui non arriva là. E comunque non avrebbe voglia di andarci, perchè qui ha tutto quello che gli serve per campare, ossia la gente come lui, la possibilità di essere contro, il sogno di cambiare, e la consapevolezza che non cambierà mai.

Mentre torno verso Manhattan ascolto random musica hip hop dal mio ipod. Non la amo particolarmente, così come non amo partcolarmente i graffiti. Ma se non fosse esistito questo quartiere sporco e cattivo alla periferia del mondo, quante cose sarebbro diverse? La cultura e la controcultura di oggi sono impregnati di Bronx, impregnati di un quartiere dove però si ha paura ad andare.

Se passate da New York, andateci nel Bronx, senza paura e con un po' di buon senso. Vale la pena.

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martedì, 07 marzo 2006

Se siete a New York, e vedete qualcuno che si aggira per un quartiere con gli auricolari ben infilati negli orecchi, le mani in tasca, i passi lenti e lo sguardo attento, seguitelo.

Se i passi sono di una lentezza non normale e cadenzati come fossero dettati da un metronomo, se ad ogni incrcoio sembra rallentare, come aspettando che qualcuno gli indichi la strada, se il suo sguardo si sofferma su qualcosa di comune a prima vista, ma di straordinario ad un secondo esame, se si infila in stradine strette, in cunicoli, in negozi impolverati, in bar dalle insegne traballanti, e via di questo passo, allora forse ha nell'ipod un cd di soundwalk.

Soundwalk è un progetto di audioguide, ma chiamarlo così è riduttivo. E' un esperienza totalizzante che accompagna tra i quartieri di New York e non solo. Diviso per quartieri, Soundwalk affida ad una persona nata e cresciuta tra quelle strade il compito di accompagnarti tra le abitudini e i luoghi del quartiere.

Ci sono solo due regole in Soundwalk, rispettare il ritmo cadenzato dei passi della guida, e non attraversare le strade se non quando lo dice la voce. Se uno rispetta queste regole, l'esperienza è magica.

Assieme alla voce nelle orecchie si fondono suoni, musiche, rumori, voci di quartiere. Un modo completamente diverso di girare la città, entrando anche in negozi, bar e ristoranti, vie, strettoie dove uno magari non andrebbe mai, ma la voce nelle orecchie ti spinge ad andarci, e ti senti quasi obbligato.

Oggi ho fatto il giro di Lower East Side con Soundwalk, e mi sono infilato in uno strettissimo passaggio buio, passando da un cancello privato e finendo in un halley, una strettoia, dove un tempo si contrabbandava alcol, nel periodo del proibizionismo. Ieri ho fatto il giro di Times Square, passando i blocks attraverso le hall di ricchi alberghi. Domani tocca al Bronx, che ha tre cd, uno con la voce di un famoso graffitaro del quartiere che ti accompagna nelle strade dov'è è nata questa forma d'arte (e non ci sono altre guide per questo). Un altro ha la voce di un dj hip hop che ti accompagna dove è nato il rap, e un altro racconta dell'aore dei newyorkesi per il baseball e per gli Yankees attraverso le strade attoro allo Stadium. 

I soundwalk si possono scaricare anche da itunes, ma la prima traccia proibisce espressamente di ascoltare il cd in casa, quindi vi toccherà venire a New York per ascoltarlo.

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C'è un fantasma che ogni sera, escluso il lunedì, esce dal suo nascondiglio e calca le scene del teatro. Da quasi vent'anni. E' il fantasma dell'opera, protagonista del musical più longevo di Broadway. I musical inglesi, a differenza di quelli americani, non hanno praticamente parti recitate, ma soltano arie, intervallate da recitativi, come nella tradizione dell'opera. I musical inglesi, infatti, discendono da lì, e da una figlianza della ballad opera. E anche il fantasma dell'opera non fa eccezione. Il risultato è uno spettacolo coinvolgente, ma un po' antico, che risente anche del fatto che sia in scena da così tanti anni. Tutto sembra meccanico, e a farla da padrone sono soprattutto i gorgeggi dei cantanti e le mastodontiche scenografie, che meritano di essere viste. Così come i costumi. Mirabolante l'apertura dl secondo atto, con Masquerade, e la festa in maschera. Indimenticabile la discesa nei sotterranei con la nave tra le candele e il fumo. Da brivido alcune canzoni, come the music of the night. Il fantasma ormai è una tappa obbligata di New York, come L'empire State Building o la Statua della Libertà. Ed ogni sera, quando il fantasma sale in teatro, non un posto è libero, non una sedia vuota. Per una media (a prezzo pieno) di centodollari (one hundred box) a biglietto. Perfortuna che esistono le poltrone dell'ultima fila a sinistra...

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lunedì, 06 marzo 2006

La domenica mattina è iniziata nella maniera più newyorkese possibile. Con il brunch, quella strana cosa a metà tra la colazione e il pranzo, per quando ci si sveglia tardi e affamati. E non in un posto qualunque, ma al Blue Note, il più famoso Jazz Club nel mondo. Ci si siede ai tavolini, o si può stare al bar. Noi ci siamo messi in un tavolo proprio sotto il piccolo palco. La stanza è buia e piccola ed è difficile pensare che i più grandi nomi del jazz, gente che ha cambiato la storia della musica, sia passata a suonare qui. Nel piatto una bistecca con delle uova, nel bicchiere del vino rosso americano che sembra acqua e nell'aria le note di un sax con un contrabbasso e un pianoforte. Sembra un film.

Usciti da lì metropolitana alla volta di central park.

L'aria è gelida, ma il sole è forte, e le lastre di ghiaccio si sciolgono e navigano lentamente sull'acqua, facendo da nave per gli uccelli stanchi. Tutt'attorno i palazzi dell'Upper Side riflettono il sereno. Decine di persone camminano/corrono/scivolano lungo i piccoli viottoli migliaia di volte visti nei film, ma è facile trovare una pietra o un pezzo di prato dove non vedi e non senti nessuno.

Sei al centro del centro del mondo, ma sei da solo.

Il sole piano piano tramonta, ed è ora dell'aperitivo. Dopo la solitudine di Central Park serve un bagno di folla, e quindi via verso Times Square. Tra le migliaia di luci e cartelli c'è quello dell'Hotel Marriot Marquis. Se capitate a Times Square, entrate nel sottopassaggio che porta all'hotel. D'improvvisamente diventa tutto buio e piccolo, fino alla porta d'ingresso. Infilatevi tra i vetri che girano e tutto diventerà nuovamente grande. Un'immensa colonna fa da binario per l'ascendore "The Viewer". Entrate nell'ascensore, e aspettate che l'inserviente schiacci il tasto per il 49° piano. Come un proiettile in una pistola verrete catapultati verso l'altro, e l'ascensore è trasparente, e vedrete piano a piano la sala ristorante allontanarsi da voi. La discesa è ancora più impressionante, quando si esce dall'anello dell'ultimo piano sembra che l'ascensore scivoli troppo veloce verso terra...

Ting. Si aprono le porte, sei in cima a Times Square. Una ragazza ben vestita ti accompagna al tavolo. Il bar si snoda attorno ad una colonna per 360° e, lentamente, si muove. In un ora compie tutto il giro, e dall'immensa vetrata accanto al tuo tavolo vedi tutta Manhattan, senza muoverti. Il menù è di pesante pelle cucita a mano, e poche cose dentro. Il Cosmopolitan è d'obbligo per le donne, un whiskey per gli uomini va più che bene.

Prima che il sole tramontasse oggi volevo passare a vedere l'Actor's Studio, la scuola di recitazione da cui il nostro cinema è stato rivoluzionato. Sta poco distante dal centro, ma lontanissimo dalle mete turistiche. E' una chiesa sconsacrata, grande poco più di una piccola villetta. Un pesante lucchetto chiude il cancello, e la neve ancora gelata e intonsa sui gradini, racconta che è da un pezzo che nessuno passa da lì. Le finestre sono sbarrate. Oggi l'Actor's Studio collabora con il corso di recitazione di un'università privata di New York, e la parte più di laboratorio che era legata a questa vecchia chiesa si è persa.

Una signora curiosa mi chiede perchè stia fotografando quella facciata brutta e inutile. Rispondo che la trovo bella. Non c'è alto da dire.

Qualche passo e si è fatto buio. E' ora di provare l'esperienza della crociera notturna attorno a Manhattan, l'isola delle colline, in algonchino.

Si salpa da un pier sulla 44th strada west. Si viaggia fino al financial district, poi verso la statua della libertà, e di nuovo verso Manhattan, sotto il ponte di brooklin fino al palazzo delle nazioni unite e ritorno.

Le migliaia di luci che si riflettono sull'acqua ti fanno dimenticare che sia notte.

Esperienza indimenticabìle.

Nonostante il vento gelido che ti riempie la faccia di schiaffi, e nonostante le coppiette in vacanza che ti chiedono di far loro una foto noncuranti che niente dello sfondo sarebbe venuto nella foto illuminata a giorno dalla luce del flash.

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domenica, 05 marzo 2006

Nella borsa accanto al letto è ancora arrotolato il diploma della New York Film Academy. L'avventura finisce. Stasera c'è stato lo screening finale dei lavori del corso, e anche il mio short movie è stato proiettato. Vedere il tuo lavoro sul grande schermo fa un certo effetto... Il corto è piaciuto, e questo mi basta, il mio docente di regia me ne ha anche chiesto una copia e oggi pomeriggio ho passato tutto il giorno ad esportare, comprimere, formattare cd e dvd. Per di più ho problemi a trasportare il progetto perchè ho lavorato su un hard drive esterno per mac e ho comprato un hard disk per pc, solo che non comunicano tra di loro... vabbè. Nel frattempo ieri sera abbiamo festeggiato la fine del corso con una cena in un ristorantino americano (hamburger e patatine fritte) e poi siamo andati a vedere una performance di video arte mescolata ad un monologo e a della musica elettronica suonata dal vivo. Una cosa affascinante ma, dopo cinque minuti, noiosa. Ci siamo rifatti con le birre al pub lì a fianco. Stasera di nuovo serata di birre e saluti, con scambio di indirizzi email con persone con cui per un mese hai condiviso tutto ma che probabilmente, e senza grande rammarico, non rivedrai più.  Tra dieci giorni il volo di rientro.

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sabato, 04 marzo 2006

alcune foto tratte dal mio corto:

 

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venerdì, 03 marzo 2006

Il primo cortometraggio della mia vita è pronto, ancora devono essere aggiustate piccole cose, ma il prodotto è pronto. Domani lo screening davanti alla classe e al docente che ci ha seguito, dopo di che abbiamo ancora una mezza giornata per correggere alcune cose e sabato alle 6pm consegna diploma e screening finale, in un cinema all'interno della scuola... Sono soddisfatto del risultato, è quello che avevo in mente. Appena potrò lo metterò on line. Intanto ho un po di problemi a portarmi a casa il progetto perchè ho preso un hard disk formattato per pc, ma quello su cui lavoro è formattato per mac e uno non legge l'altro... non so come fare, ma vedrò. è l'eterna lotta tra mc e pc.

Stasera sono stato ancora a teatro, a Roma non ho mai tempo e faccio fatica ad organizzarmi con gli orari, qui tutto è più facile e più accessibile. Sono stato al PS-122, il più importante teatro sperimentale di Manhattan, pochi blocchi da casa mia. In scena una rivitazione della storia di Parsifal, scritta da Susan Sontag e diretta da John Jahnke, in un grosso stanzone con poche decine di persone, ero in prima fila di fronte alle facce sudate e ai muscoli tesi.

Ricerca che lavora soprattutto sulla parola e la recitazione oltre che sul rituale, con qualcosa che rimanda direttamente al teatro americano sperimentale di 30 anni fa, con i corpi nudi, la violenza e il sesso esibito, assieme ad armi e religione.

Niente di eccezionale, devo dire.

In Italia (a Milano, non a Roma) ho visto molto di meglio, anche se certe scene corali sono veramente interessanti (una quindicina di attori per uno spettacolo di ricerca in Italia è impensabile).

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giovedì, 02 marzo 2006

Qui il cielo è bianco e carico di neve, e io tra poco vado al montaggio.

Ieri sera sono stato con alcuni compagni a vedere lo Slava's SnowShow, uno spettacolo off broadway completamente diverso da tutto quello che puoi trovare qui. Uno spettacolo di clown, tristi e malinconici, come nella migliore tradizione dei clown, che racconta l'inverno attraverso un teatro visuale che usa musiche, luci, e scenografia. Oltre che straordinari clown. Tra le scene più belle mi viene in mente la cascata di bolle su dei suonatori di strada che intonano una vecchia canzone italiana dalle parole incomprensibili, oppure quando una enorme ragnatela artificiale si stende su tutta la platea, come la neve, costringendo gli spetatori a bucarla per far usicre la propria testa. O quando un clown deve salutare un amico alla stazione, ma questo amico non esiste, è solo un vecchio cappotto cui infila un braccio e dona la vita. Magico. O quando, durante i saluti finali, enormi palle gonfiate ad aria e ad elio, leggerissime seppure grandi anche 7/8 metri, rotolano sulla platea che gioca a palla con gli attori sul palco.

Indimenticabile poi il momento della tempesta finale, quando cadono sugli spettatori migliaia di fiocchi di neve di carta mentre i clown giocano a palle di neve o sciano o ballano. D'un tratto si alza il rumore del vento, la scenografia traballa, i clown sembrano spaventati, il cielo si fa nero. Buio. Pochi secondi, con la musica dei carmina burana che ti stordisce le orecchie. E nel buio qualcosa ti colpisce la faccia, è un vento fortissimo pieno di fiocchi di neve, e di nuovo la luce, accecante, accompagna il vento dritto sulla tua faccia, che devi coprirti con le mani, come in una vera tempesta di neve, se vuoi evitare che i milioni di fiocchi di neve di carta ti pungano il viso. E così la scena te la godi tra le fessure della tua mano, intravedendo controluce un clown che fa rotolare un fiocco di neve. Un momento sublime, sicuramente una delle più belle esperienze visuali che ho mai visto (vissuto) in teatro. Pochi secondi che ti insegnano come con cose semplici (aria, luce, carta) puoi raccontare tutto.

Da vedere (so che quest'inverno è passato pure dall'italia per alcune date).

E dopo lo spettacolo, cena a base di noodless e festa in un appartamento al Greenwich Village.

Intanto qui ha incominciato a nevicare.

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mercoledì, 01 marzo 2006

Scrivo di fretta, c'è una novità. Finito il corso sto ancora qualche giorno a New York  poi dall'8 al 13 marzo volo a Los Angeles, a fare un giro. Dal 16 mattina sono a Roma.

Postato da: creativamente a 16:03 | link</