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Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.

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martedì, 28 febbraio 2006

Reduce da un weekend che è sembrato allo tesso tempo interminabile e fulmineo, torno, dopo un giorno di assenza alle pagine del caro blog.

In questi tre giorni ho girato con il mio gruppo il mio progetto finale e i loro, alternandomi nel mio come regista cameramen e direttore della fotografia, in un altro come elettricista e attore, e in un altro come cameramen e direttore della fotografia. Ci sono stati mille problemi, a partire dal gelo che è caduto su New York in questi giorni e che ha portato le temperature a meno dieci. Gli esterni così si sono ridotti a tempi brevissimi di ripresa, le batterie delle telecamere si esaurivano velocemente, gli attori gelavano e faticavano a parlare, il piano di lavoro si allungava, e domenica sera siamo finiti a lavorare dalle 8 di mattina alle 3 di notte, senza stop, con il risultato di un litigio generale la notte, per evidente difficoltà nel poter essere la mattina successiva di nuovo alle 8 per girare degli esterni. Insomma, i problemi di qualsiasi crew con pochi (senza) soldi e tante cose da fare. Sono mediamente contento del risultato che devo ancora studiare in sala di montaggio, mi preoccupa l'audio, soprattutto in esterno, il vento era impetuoso e senza pause.

Ora affronto l'ultima settimana del corso, dedicata al montaggio e a lezioni sul montaggio, poi avrò ancora una settimana qui a New York per vedere quello che mi manca, comprare i regali etc etc.

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domenica, 26 febbraio 2006

Postato da: creativamente a 04:45 | link | commenti (3) |

Lo screening del mio corto è andata alla grande, anche se il proiettore saturava troppo i colori e si vedeva malissimo. Oggi abiamo iniziato a lavorare ai nostri ultimi progetti. domani alle 8 inizio a girare il mio di fronte a Tiffany, sulla 5th avenue, poi giro gli interni e lunedì la scena iniziale in esterno. Domani pomeriggio mi aspetta un pomeriggio da attore e la sera da direttore della fotografia per un'altra scena di notte. Già penso al freddo... Se penso a me in questo mese, mi ritengo fortunato. Ho potuto fare una cosa che molti possono solo songnare, e l'ho fatto senza chiedere niente a nessuno, con quello che ho guadagnato con il mio lavoro, e organizzandomi tutto. Sono soddisfazioni, eheh. Torno sicuramente cresciuto, New York è una città che ti cambia un po', ma non troppo, non preoccupatevi, oppure preoccupatevi. Dipende dai punti di vista.

Postato da: creativamente a 00:51 | link | commenti (3) |

sabato, 25 febbraio 2006

Quste giornate sono frenetiche e passano senza che tu nemmeno te ne accorga.

Ho finito di editare il mio primo cortometraggio girato qui a New York, una rapina a Chinatown, con una musica originale speditami da Davide. Sono più che soddisfatto del risultato e chi l'ha visto fino ad ora ha apprezzato. Domani mattina c'è lo screening davanti ai professori. Intanto ieri ho fatto vedere alla classe un altro lavoro di un paio di minuti girato in interni durante un'esercitazione sul racconto delle emozioni, un tipo di narrazione per immagini che conosco abbastanza bene. Il tema che mi sono scelto è un parallelismo sesso/morte, raccontando la storia di un condannato alla sedia elettrica e del suo ultimo incontro con una prostituta. Pensato e girato in due ore in una stanza grande la metà di camera mia, è risultato un bel lavoro e l'insegnante, caso unico da quando sono qui, me ne ha chiesto una copia da mostrare ai futuri studenti.

Bene, sto riacquistando un po' di fiducia in me stesso... Nel frattempo oggi ho fatto il casting per i due protagonisti del mio ultimo lavoro qui, la storia di una coppia che scoppia e di come la ragazza reagisca alla fine della storia, acquistando fiducia in se stessa, il tutto in un clima di "Colazione da Tiffany" (giro anche lì davanti, sulla 5th avenue, sono riuscito ad ottenere il permesso).

Ho visto molte ragazze che ho racimolato attraverso diversi siti internet e agenzie di casting, ma una in particolare mi ha colpito e ho scelto lei, si chiama Alex e ha appena finito di girare una parte da comprimaria in un film con Isabella Rossellini e Antony LaPaglia.

Inizialmente mi ha contattato lei perchè aveva letto un mio annuncio di casting in cui raccontavo la storia, poi però si era tirata indietro perchè aveva da fare altri lavori nel weekend.

Quando le ho inviato via mail la sceneggiatura  mi ha richiamato subito dicendo che voleva farlo. Bene. Il problema è che ha un esclusica con una specie di confederazione degli attori e oggi sono dovuto andare in uno di questi uffici nei grattacieli a compilare moduli etc etc.

Il ragazzo, che ha una parte molto più piccola, si chiama Jason e ha molta meno esperienza, ma ha la faccia giusta per il personaggio.

Domenica e lunedì si gira.

Nel frattempo mi ha anche mandato una mail un compositore da Los Angeles che sarebbe interessato a scrivere la musica.

Mi mancherà tutto questo.

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giovedì, 23 febbraio 2006

Se metti assieme un film di Mel Brooks con una commedia di Neil Simon e uno show di Broadway degli anni ’50 ottieni “The Producers”, il musical pluripremiato e quasi sempre sold out che da tre anni tiene banco a Broadway, sulla 47th strada. La storia racconta di un produttore di Broadway che si mette in società con un impiegato contabile sfigato per mettere insieme il peggiore show di tutti i tempi frodando i soldi a delle vecchine che donano assegni per produrre il musical. Così prendono un fanatico neonazista tedesco e la sua commedia strampalata su Hitler, un regista gay e la sua cricca di checche strampalate, un’attrice svedese assurda e svampita, ci aggiungono costumi, ballerine e scenografia e… è un successo. Così, però, la truffa viene a galla e finiscono in galera, esperienza dalla quale nasce il loro secondo successo a Broadway. La trama è abbastanza scontata e prevedibile, e questo è abbastanza normale in un musical. Le battute del parlato (tanto, troppo) sono, appunto, alla Neil Simon, con aggiunte grottesche e strampalate alla Mel Brooks (autore e regista). Di contro i momenti di coreografia e musica sono intelligenti, spiritosi e allo stesso tempo grandiosi. Da ricordare la scena nell’ospizio delle vecchine, che ballano il tiptap improvvisando una danza con il carrello per chi ha difficoltà motorie; e poi la teoria di icone gay nella casa del regista, tra ballerini con pacco annesso, indiani poliziotti, pelati sadomaso e checche vestite Giorgio Armani; e ancora la parata di soldati SS che formano una svastica con dei manichini e ballano in cerchio mentre Hitler scende una scalinata accompagnato da ballerine seminude vestite una da birra l’altra da prezel, un’altra da aquila nazista e una da wurstel…

Insomma: di tutto e di più, per uno show che sembra uscito, anche musicalmente, d'altri tempi. Dove quello ch contava era solo l'apparenza. ah, ma forse sono i nostri di tempi. Beh, non è cambiato molto.

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mercoledì, 22 febbraio 2006

Sembra che il computer sia improvvisamente guarito dal virus, e anche la piattaforma non dà più problemi. Bene. Oggi tutto nella norma, lezioni di montaggio con musica, di regia e montage e di uso creativo della luce. Nel frattempo ho corretto con un madrelingua la sceneggiatura e stasera disegno lo storyboard, anche se sono un po' appesantito: il mio room mate aveva gente a cena e aveva preparato la pasta alla carbonara, e, nonostante avessi già mangiato fuori, non ho rinunciato ad un piatto...

Mangiare a New York è, di per sè, un'esperienza unica. In ogni quartiere puoi trovare almeno un ristorante da ogni angolo del mondo. E, generalmente, sono tutti di buona qualità, perchè gestiti da gente immigrata. Anche i ristoranti italiani non sono niente male: proprio vicino a casa mia c'è un ristorantino spartano che si chiama Rosario's pizza, gestito dal nipote di Rosario, che si chiama Salvatore. Un ometto cinquantenne, da 45 anni a New York, ma con uno spiccatissimo accento palermitano nel suo ottimo italiano, e nel suo pessimo inglese. Simpatico, alla mano, e ottimo cuoco, passo da lui quando mi prende la nostalgia di casa (Non spesso, a dire la verità... eheh), anche se devo stare attento perchè quando inizia a parlare non si ferma più... . Per il resto ho provato i dim sum cinesi (dove paghi quello che mangi, con delle ragazze che passano tra i tavoli con dei piattini e tu scegli cosa prendere), il curry tailandese e la zuppa di cocco, i panini vietnamiti fatti con la baguette (il vietnam è un ex colonia francese), i gyros del take away greco, il pollo del take away hawayano, i burritos messicani, le bistecche argentine, il cibo kosher, i sandwich on the rye di Kat'z (il ristorante di Harry ti presento Sally e la scena dell'orgasmo), e montagne di sushi che qui vendono ovunque, di ottimo livello e a basso costo. Per non parlare poi degli hamburger, da quelli da fast food (Mac Donald su tutti, poi Burgher King e Wendy's, gli hamburger quadrati old fashioned, e i meno buoni) a quelli preparati dal macellaio e serviti in ristorantini chic. Per quanro riguarda le bevande l'acqua è più cara della coca e la coca è la più sana delle bibite che bevono...

Ma la cosa che più mi mancherà della cucina americana sono i muffin, i dolci della colazione e dello spuntino di metà mattina. Al granoturco o alla banana, ai mirtilli o al cioccolato. E poi i cinnamon rolls, dolci alla cannella, e i bagel con il formaggio. Tutto innaffiato da litri di caffè americano, cui ormai ho fatto l'abitudine.  Anche se, a volte, mi infilo in un baretto italiano e rendo, rigorosamente al banco, un espresso. Da chiedere single, per non rischiare di averne uno double, un caffè americano mascherato da espresso.

Postato da: creativamente a 05:07 | link | commenti (13) |

martedì, 21 febbraio 2006

Scrivo dal computer della New york film Academy, perche' mi sa che a casa non riusciro' a connettermi. probabilmente ho preso un virus e non so come sistemare le cose... vabbe', vedro' nei prossimi giorni. Torno ora dopo aver girato tutto il weekend. A partire da ieri sera quando siamo andati lungo la riva dell'oceano che si stringe fino a sembrare un fiume. Siamo arrivati li' al tramonto, tra carcasse di vecchi trattori, arbusti e una casa disabitata. Poi la luce e' scesa di colpo e abbiamo acceso i nostri faretti per girare la scena. Io ero il direttore della fotografia e cameramen e penso di aver fatto un buon lavoro. Nonostante la nottata piu' fredda del mio soggiorno a New York, gli attori che non riuscivano nemmeno a muovere il viso perche' era congelato, e mille altri problemi. primo tra tutti quello di non aver mangiato... vabbe'. Stamattina sveglia presto, era il mio turno da regista, per una scena di scippo a ChinaTown. Con un giovane attore nero che scippava una signora asiatica e il di lei figlio correva appresso alla borsa. Sono abbastanza contento del risultato, anche se la luce accecante rendeve i passaggi di luce/ombra troppo forti e necessitavano un cambio troppo veloce di esposizione. In tutto questo, nonostante avessimo un polizzotto a farci da scorta, durante una ripresa un po' da lontano un uomo si e' messo a correre dietro al ladro urlando... eheh. Vabbe'. E stasera assistente alla camera e attore per la storia di un saluto tra due innamorati che si separano per lungo tempo. Sono a pezzi, ma gia' da un po' sto preparando tutto per l'ultimo progetto, un cortometraggio di fiction a tutti gli effetti. Sto raccogliendo nomi per i casting, attraverso vari siti internet, sono stato a vivitare le location, ho scritto lo script e sto disegnando lo storyboard.

Postato da: creativamente a 02:28 | link | commenti (8) |

domenica, 19 febbraio 2006

Oggi il mio computer non riesce a collegarsi a internet, e cosi' scrivo da un pc di un internet point sotto casa. Poco male, tanto oggi ho dedicato tutta la giornata a scrivere la sceneggiatura dell'ultimo cortometraggio. Spero che la linea si riabiliti, cosi' vi racconto di come e' andata la mia nottata nel bronx a fare il cameramen per un incontro mafioso... se rimango vivo. gulp!

Postato da: creativamente a 21:34 | link | commenti (8) |

Torno ora da una serata in cui mi è toccato fare l'attore in cortometraggio di una mia compagna di corso. Ormai capita un giorno si e un giorno no di dover recitare nel (poco) tempo libero. E' che gli americani sono innamorat dell'italia, delle facce italiane e dell'accento italiano. Al corso di direzione degli attori mi è toccato pure improvvisare e l'insegnate si è innamorata e continuava a ridere perchè probabilmente devo avere un accento assurdo e buffo. Aggiungeteci il fatto che probabilmente mi inventavo pure delle parole... Nel frattempo ho trovato una vecchia asiatica per la mia prossima scena che girerò lunedì a Chinatown e sto ultimando la sceneggiatura del mio progetto finale, per cui sto facendo via internet dei casting sulle foto che mi mandano decine di attrici. Domani sera sarò il direttore della fotografia del progetto di un mio compagno di corso che girerà una scena di delinquenza nel Bronx. Sperando che non sparino a noi...

DSCN1737

Sembra che tutti qui a New York vogliano fare cinema o spettacolo. Ad ogni angolo trovi una telecamera in mano ad uno studente, o una troupe che gira una serie tv, o un intero quartiere quasi bloccato da un'enorme produzione cinematografica.

Sarà anche perchè New York ha attivato un progetto chiamato "Made in NY" per promuovere la produzione di video qui, con mille agevolazioni per permessi, traffico, posteggi e polizia.

Beh, alla fine del mio soggiorno qui, avrò anche io i miei prodotti "Made in New York".

Postato da: creativamente a 04:34 | link | commenti (3) |

sabato, 18 febbraio 2006

Il sito del World Trade Center non è altro che un grande cantiere dove molta gente lavora a non si capisce cosa. È come una grande piazza recintata, con delle costruzioni di cemento all’interno. Sulla recinzione tabelloni esplicativi dei fatti dell’undici settembre. Non è emozionante, non è coinvolgente. E’ solo un buco.

 

Ma se invece vai alla chiesetta che c’è proprio lì a pochi metri, con l'antico cimitero annesso, una chiesetta modesta, una chiesetta da poco, che però in quei giorni dopo l’attentato divenne il punto di riferimento per le preghiere dei parenti delle vittime, dei volontari, delle forze dell’ordine, dei curiosi, beh se vai in quella chiesetta tutto diventa più reale. e le immagini che mille volte hai visto alla tv nei tg, ti accorgi che qualcuno, proprio lì, le ha vissute.

All’interno decine di foto dimostrano lo stato della chiesa in quei giorni, completamente ricoperta di dediche, fotografie e giocattoli e disegni. Accanto alle panche ci sono ancora ammucchiate molte delle cose che c’erano in quei giorni, per ricordare. E un rotolo di carta permette a tutti di lasciare un ricordo.

E, tutt'attorno, la vita continua.

Postato da: creativamente a 05:17 | link | commenti (2) |

venerdì, 17 febbraio 2006

Oggi, alla lezione di produzione creativa, abbiamo dovuto ragionare sull'idea di una storia da realizzare in un paio d'ore nel pomeriggio, una decina di inquadrature per focalizzare un'emozione. La mia idea, un po' bislacca a dire la verità (aveva a che fare con un condannato a morte e il suo ultimo bacio) è piaciuta e così è toccato a me essere il regista di un progetto da pensare (in termini di sceneggiatura, inquadrature, movimenti di camera, recitazione, luci e tutto il resto) e realizzare il tutto in due ore.

Panico.

Ti ritrovi tutti gli occhi puntati addosso e le orecchie tese, tutti pronti ad aspettare i tuoi "comandi", le tue idee, le tue indicazioni, tutti che un po' rosicano perchè non è stata scelta la propria idea, e quindi pronti a giudicare quello che stai per fare.

E la tua testa si fa un foglio bianco, la già complicata conversazione in inglese sembra diventare un ostacolo insormontabile, non sai cosa rispondere a chi ti riempie di domande.

Era un po' che non mi capitava, andare nel panico. Ed è tremendo, perchè la cosa importante è che nessuno se ne accorga. Così, ci ho messo qualche secondo, ma ho riacquistato il senso delle cose e le idee che non erano chiare, a poco a poco, lo sono diventate. E il lavoro è andato bene, anche se, come sempre, si poteva fare (tutti, io per primo) meglio.

Mi ricordo uno dei momenti di panico più grossi, un anno e mezzo fa, durante una candid camera a "Volere o Volare". Stavo coordinando gli attori e le comparse in regia, ma d'un tratto qualcosa va storto: i protagonisti non hanno nessuna reazione alla candid, ma l'azione non si può prolungare oltre perchè l'attrice deve uscire di scena, altrimenti avrebbe destato sospetti (era una cliente che rubava dei vestiti che ormai era oltre la cassa. Tutto stava per andare in fumo e noi non avremmo saputo cosa mandare in onda due giorni dopo. 

Tutti si sono girati verso di me, nella cuffia un complice nel negozio mi chiedeva cosa fare, l'attrice aspettava chiaramente qualcosa che non c'era, la regia era come paralizzata, e tutti guardavano me.

E io avevo la mente come completamente offuscata, e sudavo. Non mi sentivo per niente all'altezza della situazione.

Me lo ricordo benissimo.

Disagio.

Poi, d'improvviso, ho un'intuizione stupida che però risolve la situazione nel migliore dei modi. Ma è stata brutta... Da allora sul lavoro cerco di progettare meglio tutto e tutti i possibili sviluppi non previsti. Ma a volte non posso e, come oggi, ricapita.

Ma fa bene, è come un rimettersi in discussione, rendersi conto che le posizioni di potere non sono per niente facili da gestire, soprattutto in un campo, come quello dello spettacolo, dove tutto è opinabile. E ti ridimenziona un po', ti senti meno figo, meno forte, meno vincente. Più vero. (l'importante però è che non se ne accorga nessuno eh eh)

Nel frattempo sto cercando una attrice, bella e brava, genere "ragazza pariolina" per il mio progetto finale... Se qualcuno conosce attrici a New York, me lo faccia sapere...

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giovedì, 16 febbraio 2006

Oggi ho iniziato a scrivere la sceneggiatura del mio ultimo progetto, l'idea mi piace e mi sembra che regga, anche se ci devo lavorare un po'.

Nel frattempo ho editato oggi il primo esercizio, e sono in piena preproduzione per il secondo. Nel frattempo colgo l'occasione per dirvi che se passerete da www.quartopotere.com ci troverete, nelle rubriche, una che terrò io da qua, con recensioni di spettacoli, film e altro da New York (in realtà sono post del blog, riadattati).

Intanto vi incollo qualche foto (perchè new york è anche la stradina europea che vedete sotto... foto scattata a Chelsea)

Postato da: creativamente a 04:37 | link | commenti (4) |

mercoledì, 15 febbraio 2006

Qui si dice che quella dell'altro giorno sia stata la seconda nevicatà più forte che abbia mai coperto New York. Non ho esperienza di nevicate precedenti, ma posso testimoniare che domenica era veramene complicato uscire di casa. La neve caduta nella notte aveva coperto tetti, macchine, strade e marciapiedi. Perfino la porta d'ingresso dei palazzi era difficile da aprire. Per di più c'è da aggiungere che per tutta la giornata di domenica ha continuato a nevcare e, ad accompgnare la neve, è arrivato il vento, che muoveva nell'aria i fiocchi, ficcandoteli nel colletto della camicia, negli interstizi del cappuccio, su per i pantaloni, nelle orecchie e negli occhi. Nonostante questo le strade erano invase da gente con bambini al seguito. Sciatori da fondo, bob, cani scodinzolanti e via di questo passo. E accanto agli esaltati della neve migliaia di operai lavoravano per ripulire ogni centimetro di strada. Risultato: lunedì mattina le strade erano pulitissime e asciutte e anche i marciapiedi, il problema è che tutta la neve era stata spostata tra strada  e marciapiede, muraglie di un metro, con un unico passaggio in corrispondenza dei semafori pedonali, presso cui il marciapiede si abbassa al livello stradale, formando una conca che il sole enorme che inondava la giornata di lunedì ha riempito di acqua sciolta dalla muraglia di neve. Risultato: non potevi fare tre blocchi a piedi senza avere i piedi zuppi. Da aggiungere anche che in Midtown, il quartiere dei grattacieli, dai palazzi di decine di piani cadevano blocchi di ghiaccio e neve che accumulavano un'accellerazione che ne aumentava lo schianto con il terreno. E se ti si schianta davanti agli occhi una lastra di ghiaccio grande tre piedi, beh... fa impressione.

Intanto oggi è San Valentino, una festa che qui sentono tantissimo (un particolare, personale, augurio a Maria Chiara, che sopporta (?) anche il mio essere lontano). Tutti si scambiano regali e fiori, anche tra amici. Si organizzano cene e party, e anche io ero stato invitato, oltre ad una cena che il mio coinquilino ha tenuto a casa (con tanto di petali di rosa sullo zerbino, film "il postino" nel DVD e fiori sparsi per la casa, che trash!) ad una festa in un locale "zen" e ad una cena thailandese. Ho scelto la cena thailandese, cui eravamo un italiano, un argentino, un canadese, una filippina e un americano. L'internazionalità di New york.

Nel frattempo il workshop alla New York Film Academy continua, senza farsi mancare niente. Dopo i corsi più tecnici, è la volta di quelli più teorici, sull'uso delle inquadrature, il montaggio in final cut pro, gli insegnamenti su come lavorare con gli attori, su come fare i casting, e pure una lezione con un vecchio rincitrullito che parla (esilerante) della corazzata Potemky, come del capolavoro assoluto della cinematografia mondiale ("Non c'è Padrino o Marx che tenga di fronte a questa sublime scena della carrozzina che cade dalla scala...").

Nel frattempo lunedì ho girato il mio primo esercizio, una mise en scene di una storia in un unico shoot. La neve e il sole diretto ha complicato un po' tutto, ma è stato interessante. Ho lavorato con un attore italiano qui da sette anni, e un tizio che ho recuperato da un ristorante per l'occasione.

Domenica giro il secondo esercizio, voglio raccontare di un inseguimento per le vie di ChinaTown, domani mattina vado a vedere per le locations e in serata abbiamo i casting per gli attori.  Senza dimenticarsi i permessi per girare da chiedere al sindaco, quelli per posteggiare la macchina, fare il check out delle attrezzature, etc etc etc.

Non sono certo in vacanza, ma è come se lo fossi.

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martedì, 14 febbraio 2006

Rent a Broadway

Cinque cento venticinque mila e seicento minuti,

Cinque cento venticinque mila momenti così cari

Come puoi fare per misurare un anno? 

Puoi farlo usando i giorni, o i tramonti, le mezzanotti, le tazze di caffè bevute, oppure usando i metri o i centimetri, o ancora le risate e le liti.

E cosa ne pensi dell’amore? Prova a misurarlo con l’amore. Stagioni d’amore.

                             (Rent, il musical)

Il quartiere dove vivo qui a New York si chiama East Village, ed è considerato uno dei quartieri a più veloce sviluppo di Manhattan. E a ragione. Fino a dieci anni fa era un po’ la parte “nera” del centro, dove cresceva l’uso delle droghe, eroina per prima, rifugio di emarginati (sessuali, etnici, religiosi, sociali), era pericolosissimo passeggiare per queste strade, soprattutto nella parte chiamata Alphabeth City, per il fatto che ha quattro avenue parallele chiamate, appunto, A, B, C e D. Girava negli anni ’80 una storiella che diceva:

Avenue A, you're All right.

Avenue B, you're Brave.

Avenue C, you're Crazy.

Avenue D, you're Dead

oppure un altra che diceva:

Avenue A, aware.

Avenue B, beware.

Avenue C, caution!

Avenue D, death! 

Poi i bohemians hanno piano piano trasformato il quartiere rendendolo uno dei centri di sviluppo artistico e culturale più fervidi. E sono arrivati i negozi, i baretti, i cinema d’essai, i teatri di ricerca.

Si sta proprio bene qui, c’è un’aria familiare, ma allo stesso tempo internazionale. Le case sono basse e i vicini di casa giovani e con una pettinatura strana. Qui puoi trovare le cose più assurde, solo nella mia strada ci sono un vecchio rottamaio che sta trasformandosi in antiquario, un take-away vietnamita, un centro di medicina orientale, un centro di lettura della psiche e tarocchi (only 5$!), un sexy shop per donne e via di questo passo.

C’è un musical famosissimo di Broadway che è proprio ambientato in queste strade, si intitola Rent e parla di un gruppo di giovani creativi squattrinati che cerca di ottenere il proprio piccolo (grande) spazio nel mondo. A reggere la storia c’è una trama d’amore ispirata alla Boheme di Puccini, solo che Mimì muore per overdose e non per tisi…

Io l’ho visto qui a Broadway in prima fila, con un biglietto della Lottery. Ogni sera due ore prima dello spettacolo avviene un’estrazione tra tutti quelli che per la mezz’ora precedente si sono prenotati. Bisogna essere presenti, carta d’identità in mano, non più di due biglietti a testa, pagamento cash. E invece di cento dollari ne paghi venti. Sono passato davanti al teatro per caso, e ho visto la gente affollare l’entrata, ho chiesto ad una ragazza canadese che succedeva e mi ha spiegato il tutto. Così ho scritto anche il mio nome su un bigliettino e l’ho infilato nell’urna. Dopo dieci minuti uno dei primi nomi chiamati è stato il mio. L’essere così davanti accentua la potenza di questi straordinari attori, per il musical in assoluto più newyorkese che puoi trovare a Broadway. Pelle d’oca, vestiti ani, ’80, capelli spettinati, vetri rotti e rottami che fanno un albero di Natale. Da ricordare per sempre. Per le musiche ci penserà il cd che, già convertito in mp3, è tra i più ascoltati del mio ipod.

Qualche anno fa in Italia ne avevo visto una versione, in italiano, comunque powerful ma che non ha niente a che vedere con questa. Per di più ho visto qui anche il film (con un blog) che arriverà da noi nei prossimi mesi, diretto da Chris ColuMbus, quello di Harry Potter, che restituisce in pieno l’atmosfera dello show di Broadway, anche se col risultato di appesantire un po’ la narrazione e trasformando tutto in una specie di videoclip anni ’80 (genere Bryan Adams…)

La scena, ambientata a fine anni ’80) si svolge qualche blocco più in là di casa mia (seconda strada tra Avenue A e B), dove la undicesima strada incontra la Avenue A.

All’inno No Day but Today, non un giorno ma oggi, i ragazzi di Rent vivono una vita che qui, nel quartiere, non c’è più, ma che si respira ancora, purificata della sporcizia, della droga, dalla criminalità e dall’aids.

I giorni che vivono (con le loro aspirazioni, il loro way of life, il loro approccio ai valori e alla creatività) sono un melting pot di pieno postmodernismo. E li descrivono così, in un brindisi alla “vie boheme” (versione accorciata mia)

To days of inspiration, making something out of nothing, The need to express- To communicate, To going against the grain, Going insane, going mad To loving tension, no pension To more than one dimension. To riding your bike,  To fruits - to no absolutes- To Absolut - to choice- To the Village Voice- To yoga, to yogurt, to rice and beans and cheese To leather, to dildoes, to curry vindaloo To huevos rancheros and Maya Angelou. Compassion, to fashion, to passion when it's new Bisexuals, trisexuals, homo sapiens, Carcinogens, hallucinogens, Antoniotti, Bertolucci, Kurosawa, Carmina Burana To apathy, to entropy, to empathy, ecstacy, Dark rooms, perfect faces, egos, money, Hollywood and sleaze! Food of love, emotion, mathematics, isolation, Rhythm, power, feeling, harmony, and heavy competition, Anarchy! Revolution, justice, screaming for solutions, Forcing changes, risk, and danger, Making noise and making pleasure

(a chi non è addentro nello slang newyorkese fine anni ottanta, chi non lo è?, basti far scorrer l’occhio sulle parole, e ci troverà tutto, anche solo nei suoni)

The opposite of war isn't peace... It's creation

L’opposto della guerra non è la pace ma la creazione.

 

Perché a New York non c’è arte ma creatività, non ci sono sogni ma progetti. E io mi trovo proprio a mio agio...

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domenica, 12 febbraio 2006

Cose che succedono in America…

Può internet essere un punto di incontro per i filmmaker di tutto il mondo? La risposta è ovviamente sì, ma può la rete sfidare l’industria e unire crews, attori, registi e location di tutto il mondo per creare un film? Secondo un gruppo di ragazzi di Los Angeles forse sì. E così sono partiti con questo esperimento chiamato “The Hollywood Experiment”, che vuole costruire un film usando materiale che chiunque può gratuitamente girare e inviare tramite la rete al blog www.thehollywoodexperiment.com. Ora la richiesta è per la prima scena, la scena più importante perché determinerà poi l’andamento di tutta la storia, in quanto la scena successiva dovrà nascere in base a quella scelta come inizio del film. Il progetto è partito da un mese, ma già ha raccolto l’entusiasmo, almeno così sembra, e l’interesse di gente dell’industria. Avviso per i grafici: stanno anche cercando un logo.

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New York è sommersa dalla neve che non accenna a fermarsi...

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Prima di andare avanti andatevi a vedere questo sito: 

http://www.craigslist.org  

E’ il più grande sito di annunci di tutta l’America (e quindi del mondo). Se provate a ciccare su una città a caso e su una categoria a caso, vi rendete conto di cosa si può trovare. Veramente di tutto. E’ il luogo dove uno può vivere la sua intera vita sociale, costruirsi una vita. Ci trovi casa, ci trovi lavoro, ci trovi il corso di tango, gli sconti per il ristorante pakistano, ci trovi i vestiti di Prada del ‘97/’98, ci trovi qualcuno con cui andare a bere una birra e qualcuno che vuole innamorarsi di te. 

Così un regista, del genere tipico newyorkese indipendente, cioè senza soldi, ha deciso di documentare una giornata di questo sito, attraverso gli annunci fatti su di esso. Lui si chiama Micheal Ferris Gibson, e il film si chiama “24 hours on Craigslist”. Per fare il film gli servivano però delle troupe digitali leggere, in modo da poter documentare tutto il più velocemente possibile. Così si è rivolto allo stesso craigslist dove, rispondendo a vari annunci, si è procurato cameraman, assistenti, montatori, etc etc. Dopo di che ha scelto un giorno, il 4 agosto dl 2003, e 120 tra i post fatti quel giorno. Una drag queen cerca una cover band dei Led Zeppelin per cantare, Una donna in crisi ritrova la felicità aprendo un gruppo di supporto per gatti con il diabete, una coppia cebrea che si deve sposare cerca qualcuno che insegni loro dei passi di danza per non sfigurare al pranzo, una donna cerca un donatore di sperma gay per crescer un figlio da sola, e via di questo passo… 

Il film è un susseguirsi di interviste (ma non solo) che documentano la gente comune, nel suo essere comune, ma con la voglia di qualcosa in più, la voglia che ti fa mettere un post su craiglists.

 

 

 

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sabato, 11 febbraio 2006

Lavoro in un gruppo. E abbiamo bisogno di molte cose per i nostri primi prodotti video. A new york capita che hai bisogno una sala da danza classica, capita di trovare un numero su internet, capita che ti dicano di venire a vedere la sala che a degli studenti di cinema la danno un pomeriggio intero gratis senza problemi. Poi capita che vedi la sala ed è bellissima, e azzardi a chiedere se hanno anche un ufficio per girare un'alra cosa. E ti dicono che sì, al piano di sopra c'è un ufficio, un po' da sistemare, ma possiamo usarlo quanto vogliamo... Poi capita che ti serva una ballerina, e ad aspettare nel corridoio c'è proprio quella che avevi in mente. Capita che mentre sei in un caffè a discuere del fatto che devi fare un casting per trovare un'attrice, quella del tavolo di fianco si faccia avanti e dica che lei è un'attrice, che è disponibile e che lo fa volentieri gratis. E che ha anche un amico per l'altra scena che ti serve... Si scambiano i numeri di telefono. Si organizza. E intanto chiamano anche quelli della scuola di ballo che sarebbe una grandiosa idea fare anche un documentario, e magari si può fare, e c'è anche uno a Kansas City interessato a produrlo, ci si mette d'accordo e si vedrà... Mentre una producer russa si interessa ai lavori di poveri studentelli di cinema, pieni di sogni e di problemi.

Ah, l'America...

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venerdì, 10 febbraio 2006

Oggi giornata pesantissima, e stanotte devo ancora pensare a delle cose che devo fare domani. Ragionare per il cinema è completamente diverso da come ho ragionato nello scrivere le cose fino ad adesso. E anche quando ho scritto di cinema, non pensavo minimamente alla realizzazione, concentrandomi solo sulla scrittura.

Il problema è che non si può fare, come nel teatro, "finta che"...

Se voglio filamare, che ne so, una signora che esce da un negozio di scarpe carica di borse, si tocca un orecchino, le cadono le borse, un ragazzo la aiuta a raccoglierle e scopre che in una scatola aperta c'è una pistola, devo trovare (a New York!) la signora, il ragazzo, un negozio disponibile, le scatole, la pistola, e avvisare la polizia che sto usando un arma per fiction...

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giovedì, 09 febbraio 2006

Oggi giornata interamente dedicata a lezioni tecniche sull'uso della telecamera. Lenti, esposizione, db, focus, zoom. E poi uso dei microfoni, canali, livelli, boom, cavi. E poi ancora nozioni di base sull'uso delle luci, posizionamento di faretti e stativi, controluce, tagli e effetti di fotografia.

Sono tremendamente bravi nel farti lavorare direttamente sulla pratica, sono molto americani. Non si parla di grandi cose, si parla di come si schiacia un bottone per avere quest'effetto. Come se ne schiaccia un altro per averne un alto ancora. Di poesia ce n'è poca, ma è l'unica maniera per imparare in poco tempo le nozioni base per un lavoro che ha bisogno di anni di pratica...

Intanto ho scritto in inglese il plot per una sequenza in un unico shoot. Mi sono pure dovuto fare lo storyboard! Per cominciare ho voluto partire da chi sono io, dall'italia, e così giro fuori da un ristorante italiano, qualcosa che potrebbe avere a che fare con la mafia o con un killer. Sono o non sono a New York?  

E' strano per me perchè sto ripercorrendo lavori fatti decine di volte in diversi corsi fatti nella mia vita, ma da un ottica completamente diversa, che non è quella di chi usa le parole ma è quella di chi usa le immagini. Il lavoro è molto più "sporco", da immergerci tutte le mani dentro.

E senti il peso della borsa carica di faretti e stativi.  

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mercoledì, 08 febbraio 2006

Il secondo giorno di lezione è filato tranquillo. Tre ore di pratica dell'uso della telecamera (una panasonica 100), due ore e mezzo di teoria della scrittura per il cinema, con un insegnante che parla ad una velocità impressionante edè difficilissimo da seguire (ma per ora sono tutte cose che già conosco) e tre ore di regia, con un filmaker greco negli Stati Uniti da tempo. Parte del corso lo facciamo assieme a quelli che fanno filmakin per film (un argentino con una casa di produzione di video musicali hip hop, una spagnola, e qualche ragazzo americano non meglio definito. Domenica dobbiamo girare il prio lavoro, una mise en scene in un unico shot. 

Oggi, parlando di sensazoni, sono molto più inquieto e sicuro di me, ho mille idee che mi svolazzano in testa...

Intanto volevo raccontarvi di un film che ho visto qualche giorno fa.

Bubble è un film che, non fosse per il nome del regista, in Italia non arriverebbe mai. Presentato al Festival di venezia sarà in italia il 31 marzo. “Un altro esperimento di Steven Soderbergh” dice la locandina del film. Un regista che si è reso famoso con Traffic e Erin Brockovich e che ha sbancato il botteghino con Oceans Eleven e Twelve, con un cast pieno di star di Hollywood. Con Bubble decide di fare un film low budget, con attori non professionisti, per raccontare una semplicissima storia di sentimenti. Gira in HD (high Definition) e sul sito promette che si tratta del primo di sei film che verranno distributiti, come è accaduto per questo, in simultanea: nei cinema, sulla tv a pagamento, e in dvd.

Ambientato in qualche parte sperduta degli stati uniti centrali, in una fabbrica minuscola di bambole di plastica (vale la pena vederlo solo per le scene, da documentario, della realizzazione delle varie parti del corpo delle bambole) racconta dell’amicizia tra due colleghi, una donna sulla quarantina, sola, con il padre da curare e nient’altro nella vita, e un ragazzino sui vent’anni, altrettanto solo, timido e lontano dal mondo (come tutti i personaggi, nella bubble, bolla, del titolo). Il rapporto però viene messo in crisi dall’arrivo alla fabbrica di un’altra ragazza, un po’ ambigua, misteriosa, pronta a rubare e ad imbrogliare con tutta la naturalezza del mondo, che “si permette” di uscire una sera con il ragazzino. La donna si trova così, tra un hamburger ed una soap opera, a strangolare la ragazza senza nemmeno rendersene conto. Una storia semplice, lineare, raccontata in maniera altrettanto semplice e, in un certo modo, fredda e rispettosa dei sentimenti che però sono talmente ben descritti che risaltano fortissimi. La brevità del film, 76 minuti, completa il lavoro di onestà nei confronti del pubblico, senza tirare per le lunghe una storia che non avrebbe retto.

 

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martedì, 07 febbraio 2006

Oggi il primo giorno di scuola. Emozionato come fosse il primo giorno delle scuole superiori, 11 anni fa, o della Scuola per Drammaturghi, 6 anni fa, o della scuola per autori televisivi, 3 anni fa. Una scuola per diventare filmmaker, a New York, in quattro settimane. Oddio, la pretesa non è certo quella di diventare il nuovo regista di cinema indipendente che il mondo aspetta da anni, ma semplicemente uscire da qui e sapere fare qualcosa, avendolo imparato dai migliori al mondo, i filmmakers di New York.

 

La giornata è stata introduttiva rispetto a quello che si farà al corso, agli orari di lezioni, a quello che avremo da fare. La settimana è composta da sei giorni di lezioni (dalle 9am alle 9pm compreso nella pausa pranzo il tempo per andare dal Sindaco a farsi fare i permessi per ogni volta che si gira, o recuperare abiti i scena, fare casting ad attori,…), e la domenica shooting, dalle 9 alle 23, ruotando all’interno della stessa crew in diversi ruoli, dal regista al direttore della fotografia. Insomma, di tempo ne rimarrà ben poco nel prossimo mese…

 

Oggi, dopo la riunione generale, con tutti i ragazzi degli altri corsi abbiamo visto e analizzato Easy Rider. Ma sarà la prima e ultima volta che si fa della teoria, da domani camera in mano (di cui ci hanno dato da studiare il manuale!) e via. Ho già adocchiato quelli che saranno i miei compagni di avventura: una ragazza filippina, che produce filmati per una grande organizzazione nel suo paese e che già si è informata sul mio credo e sta cercando di farmi diventare un fervente cattolico, un ragazzo di New York, di colore, con un accento e uno slang incomprensibile, un ragazzotto di Kansas City, con una casa di produzione di eventi cinematografici e che non smette mai di parlare, alla maniera dei ragazzi del Kansas (ehi man!), pieno di parole ed idee, cinque ragazzi coreani, mandati qui dall’università, e una ragazza italiana, figlia del corrispondente a New York de La Repubblica.

 

Seguire i corsi in inglese è duro, si fa il doppio della fatica, conversare durante le pause è ancora più duro, se vuoi cercare di non passare per un completo imbecille, ma vuoi dire la tua su quello che si fa e si dice.

 

Insomma, non sarà facile, ma.. I’m here, man!

 

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lunedì, 06 febbraio 2006

Oggi l'America è mezza ferma, è la giornata del Superbowl, la finale di football americano. Proprio ora è in onda su ABC, in diretta da Detroit. Pittsburgh Steelers vs Seattle Seahawks.. Prima di iniziare grande show con Stevie Wonder accompagnato da un coro di centinaia di cantanti di diversa estrazione e poi l'inno nazionale americano, The Star Spangled Banner,  cantato da una grassissima Aretha Franklin.

Il gioco è iniziato, ma non si capiscono le regole... Ora vincono i Seattle 3 a 0.

So che nell'half time show, suoneranno i Rolling Stones, redivivi.

Nota: Lo sponsor principale della serata è Full Throttle Fury, un nuovo energy drink prodotto dalla Coca Cola Company, che si dice abbia pagato milioni e milioni e milioni di dollari come non mai, per la sponsorizzazione (in tandem con Blockbuster online). Solo che lo sponsor dela NFL, la lega di football americano, è la Diet Pepsi...

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Oggi sono stato alla grande parata per il capodanno cinese, a Chinatown. Settimana scorsa c'era stato un anticipo, in tono minore a causa della pioggia. Oggi la comunità asiatica si è scatenata con carri, travestimenti, cani (era pieno, è l'anno del cane), bambini, associazioni di diversa natura. L'atmosfera era divertente e colorata. E ti dimenticavi di essere a New York, ma solo a New York possono succedere queste cose, e due metri più in là mille altre.

capodanno cinese a NY

 

E alla fine, tappa in una pasticceria cinese, dove ci siamo mangiati dei dolci dall'aspetto strano e dal sapore eccessivamente dolciastro. Ma con un tè caldo tutto va giù...

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domenica, 05 febbraio 2006

Il Mac Donald accanto a Wall Street è praticamente un ristorante. Un buffo ristorante, dove la gente in giacca e cravatta fa la fila per prendere il proprio sacchetto con il double cheeseburger e la diet coke, e poi si siede in divanetti fiorati, con tavolini di marmo, fiori sulle mensole, lampadari high tech, pannelli di legno alle pareti, e una giapponese che suona il pianoforte a coda e canta con la voce da soprano. Il low food entra nel fast food e gli si mischia, per rendere low il passaggio obbligatoriamente fast della gente che fa muovere i soldi di tutto il mondo.

mac donald a new york

 

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sabato, 04 febbraio 2006

I due grandi musei d’arte di New York, il Metropolitan e il Moma, l’arte antica, medioevale e moderna più le arti applicate, da una parte, e l’arte degli ultimi 100 anni dall’altra. Centinaia, migliaia di opere che ti si accavallano nella testa, si confondono. 

 

Il Metropolitan è impossibile da visitare tutto in un giorno, io ci sono passato due volte, una per la sezione egizia (la più grande del mondo, escluse quelle in  Egitto) e quelle orientali (Cina, Giappone, Medio Oriente), la seconda per tutto il resto. Ho saltato la sezione di arti applicate europee (enorme) e quella di arte medioevale. Sfido chiunque a riuscire a vedere tutto, senza perdere il senso di dove si trova. (di ogni artista ci sono talmente tante opere da poter fare una mostra monografica con le sole opere del Met, vedi ad esempio la sala delle sculture di Degas). Del Met ad un europeo colpiscono soprattutto alcune sale dove ci sono ricostruiti (o ex novo, oppure recuperando vari pezzi, trasportandoli e ricostruendo) ambienti, appartamenti, templi antichi, uno studiolo intagliato direttamente da Urbino, chiese, un tempio egizio da Abu Simbel,... Ufficialmente l’ingresso si paga (raccomandato, c’è scritto alla biglietteria), ma ho parlato con un ragazzo di New York che mi ha detto che se te ne vai bello dritto e sicuro di te, nessuno ti ferma. E così ho fatto, entrambe le volte. La sezione giapponese merita una visita, così come quella dell’arte americana e degli strumenti musicali. Anche la parte di arte moderna e contemporanea ha opere di grande rilievo, ma niente a che vedere per qualità e quantità) a quello che ti aspetta nel museo d’arte contemporanea più grande del mondo, il Moma, Museum of Modern Art. I capolavori dei più importanti maestri si trovano qui, una sala dopo l’altra. Alla rinfusa mi viene in mente la Marylin su sfondo d’oro di Warhol, la american flag di Jasper Johns (che ha una materialità totalmente inaspettata, fatta di fogli di giornale mista a colla, su cui poi ha dipinto), la persistenza della memoria di Dalì (molto più piccolo di molti poster dello stesso quadro), il cielo stellato di Van Gogh, il video sulla bellezza della Abramovich, gli enormi pannelli delle ninfee di Manet, ma soprattutto le demoiselles d’Avignon di Picasso, da rimanerci incollato fino a consumarle. Un quadro enorme, appena restaurato, fore e coinvolgente. E oltre alla collezione permanente le mostre, una su tutte quella della Pixar, la casa di produzione di caroni animati disegnati in 3d al computer. Schizzi, tavole, sculture preparatori, filmati. Si entra in un mondo di backstage affascinante e del tutto in tono con il resto delle cose che ti vedi nel museo, perchè anche un cartone animato può essere arte. Bellissimo poi lo Zoetrope di Toy Story, un modellino appositamente realizzato per la mostra che recupera il modo di fare cinema primitivo. Una ruota su cui girano velocissimi dei modellini tridimensionali in sequenza e una luce strobo si accende e si spegne creando, grazie allo stesso fenomeno per cui ci vediamo un film fatto di tante foto, senza accorgerci dei fotogrammi, l’illusione di continuità, un film tridimensionale. Pazzesco.

 

Del Moma poi da ricordare le caffetterie, e il Moma Sundae, una specie di gelato al formaggio con frutti di bosco e cheese cake tritata sopra, con infilzata una bacchetta di vaniglia...

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venerdì, 03 febbraio 2006

Un graffito a Bleecker street:  

 

If you make it in New York , you made it.  

 

Se lo fai a New York, lo hai fatto.

 

 

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Da là ti sembra di dominare il mondo, e anche il vento che ti graffia il viso sembra non darti fastidio. Sei più alto di qualunque persona nella città. Vedi tutti e tutto dall’alto. I tetti, le macchine, le teste della middle class che cominciano a diventare calve. Sono solo puntini. E tu sei lì, in alto. Dove King Kong è sfuggito alle armi, per poi cadere, per amore. 

 

L’Empire State Building. Pochi secondi e da terra sei all’ottantesimo piano. Solo le orecchie, un po’ chiuse, ti dicono che sei salito, e l'ascensore che trabala un po' per la tensione dei cavi. E gli occhi, appena esci sulla balconata.

Sono il padrone del mondo!

 

 

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giovedì, 02 febbraio 2006

Splinder mi ha inserito tra i blog del mese. Grazie a Davide che ha fatto la segnalazione.

Scrivere qui di quello che faccio mi aiuta a rifletterci e a prenderene più consapevolezza.

Grazie a chi legge.

Postato da: creativamente a 17:34 |