Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
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Sembra una via come tutte le altre che tagliuzzano NY in tanti blocks, eppure, sotto central Park, questa via diventa ll punto centrale dell'immaginario del lusso occidentale (femminile). Si parte da Tiffany (quello della colazione), all'inizio, poi è la volta di Cartier, poi De Beers e i suoi diamanti, e la Trump Tower, con l'interno completamente ricoperto di scintillati lamine finto oro e una cascata artificiale, poi il Disney Store, L'NBA store, il Rockfeller Center, con la su pista di ghiaccio controllata da un Prometeo dorato enorme e le ragazzine con il tutù rosa e la pelliccia di volpe sopra. Se alzi la testa scopri che il sole c'è ancora ma che a farti ombra sono i lunghissimi profili dei grattacieli di cui fatichi a vedere la cima. Sulla strada sfrecciano limousine che si contendono l'una con l'altra i primati di lusso e lunghezza. Decine di limousine. ecine di autisti. Decni di sorrisi accennati e scarpe lucide. Ad ogni palazzo un portiere con tanto di tuba in testa. Le signore degli uomini che contano si nascondono tra i turisti, ma non troppo. Ci tengono a far vedere che sono di più. Su questa via c'è anche la Cattedrale di NY, San Patrick, che si confonde benissimo con il resto. Passeggiare qui ti riporta a decine di film e serie tv viste milioni di volte. Ha il suo fascino.




Alzo gli occhi dal libro e mi accorgo di essere l'unico bianco rimasto nel vagone. Mentre la metropolitana si ferma alla stazione vedo che siamo già entrati ad Harlem.
Quando esco dalla terra mi ritrovo nel cuore del quartiere nero di New York, dove i viali sembrano ancora più larghi e più interminabili, e hanno nomi che riecheggiano la politica di quando in queste strade non si poteva entrare, perchè bloccate dalle barricate, oppure semplicemente perchè troppo pericolose per poter avere il coraggio di metterci piede.
Oggi io cammino per queste strade per la prima volta, non ho paura, non fa paura. Ma mi sento come osservato, ad ogni passo. E' la prima volta che mi capita a NY, una città dove puoi camminare anche con una gallina viva in testa o senza pantaloni, e nessuno ci fa caso.
Questo è, sicuramente, il quartiere più razzista in cui sono passato.
Alcune finestre ancora sono chiuse con i mattoni, altri palazzi sembrano troppo vecchi e rovinati per poter stare in piedi, le cabine telefoniche non hanno più le cornette, strappate chissà quanto tempo fa, e la carne che prendo in un take away di soul food ha un sapore di terra.
Harlem non è un quartiere accogliente a prima vista, eppure...
Sono venuto da queste parti per andare a partecipare ad una delle messe che fanno di Harlem un quartiere non completamente tagliato fuori dai giri turistici.
Ho scelto la African Methodist Episcopal Zion Church, la più antica chiesa black di NY. Ad accogliermi, sulla porta, dei signori (neri, naturalmente) pieni di sorrisi e gentilezze. Mi invitano ad accomodarmi, evidentemente sono abituati a ricevere anche turisti alle loro cerimonie religiose.
La chiesa, come molte di quelle che ho visto qui, ha una forma rettangolare, in cui il lato lungo è quello da cui si entra, quello che finisce con gli scranni per i ministri del culto. In alto, di fronte, un enorme organo e le sedie per il coro, sopra la platea invece, una balconata piena di velluti rossi.
A riempire le file delle panche ci sono decine di cappelli colorati, di varie forme e misure, con sotto delle attempate signore di colore, con un po' troppo rossetto sulle labbra che, nel momento di aprirsi, creano come un'impasto sulla cavità orale, che sputacchia colore rosso ad ogni verso cantato. Si perchè intanto è entrata la processione dei ministi e del coro gospel, e tutti sono in piedi e cantano.
Due file dietro di me una ragazza spagnola tira fuori la telecamera per riprndere qualcosa di nascosto, ma un uomo giacca e cravatta e medaglia oro e rosso, vestito come quelli che mi avevano accolto, prontamente interviene per impedirglielo.
Ha ragione, non siamo ad uno show... Anche se vedendo la celebrazione spesso te lo dimentichi.
Il coro (20 persone) canta canzoni ora allegre e ora malinconiche, accompagnandosi con le mani proprie e quelle del pubblico, cioè dei fedeli. In molti (tra il coro, tra i ministri e tra i fedeli) si muovono a tempo, socchiudono gli occhi come in estasi, spalancando le braccia verso il cielo.
La predica è il momento, per il ministro, di dare sfogo a tutta la sua istrionica capacità di comunicar con il divino (il gesto di alzare il braccio al cielo, portarlo a se, e rilanciarlo verso la platea, è quello che più ripete, e incarna un po' la sua funzione lì).
Durante la predica in molti lo interrompono dicendo: Si! E proprio così! Hai ragione! Grande! Non mancano applausi e altri segni di condivisione del pensiero. Mano a mano che la predica prosegue, il ministrante si scalda, e urla anche, quando deve raccontare quando Dio ti ama, a te, proprio a te, che vivi la tua giornata senza pensieri, si man, lui ama proprio te (applausi e yes alla platea). La voce arriva al culmine, come timbro, tono e intensità. Poi si placa, scende i gradini e arriva tra le panche. Dall'organo iniziano a suonare una musica lenta e melanconica. La voce dl sacerdote ora si fa sussurro, recita sulla musica: Io lo so, che qui, oggi, tra di noi, c'è qualcuno che ha deciso di abbracciare la nostra comunità, di avvicinarsi a Dio, tu, non vergognarti, fatti avanti, Dio ti chiama, vieni dai... Eccoti, man! Dice, indicando me. Sento tutti gli occhi puntati, ma dura solo un secondo. Dietro a me si è alzato un ragazzo nero. Ed ecco per lui applausi e grida di giubilo. Tutta la comunità (maschile) si alza per stringergli la mano. Il ragazzo scompare in una porta in fondo alla chiesa. Intanto, per tre volte, passano delle donne con i guanti bianchi e dei cesti di vimini a raccogliere offerte.
All'uscita sono un po' frastornato, ma penso che questo approccio, così spettacolare ma così toccante, sia affascinante e ancestrale. Perchè la fede dovrebbe sempre essere un momento di gioia, e non di contrizione o di rinuncia. Dio dà qualcosa in più, non toglie, no?
Riprendo la metropolitana, pioviggina.
Esco dall'altra parte della città, verso sud. La pioggia è forte, e oltre alla pioggia mi cadono in tesa stelle filanti dorate, pezzi di carta colorata. Compro un ombrello da un ambulante e subito si riempie di pioggia e di stelle filanti. Mi guardo in giro: non sono più a New York, sono a Pechino.
Centinaia di cinesi o affini imbracciano lunghi tubi di cartone da cui sparano stelle filanti e coriandoli, alle insegne dei negozi, solo in cinese, sono appesi lampadari di carta rosso e oro, pagode di cartone, costumi tradizionali, odore di fritto e spezie sconosciute, occhi a mandorla e suoni strani. Una decina di draghi di cartapesta e pelo finto, rossi e oro, si muovono a scatti tra la gente, alzandosi e abassandosi, rivelando all'interno un ragazzetto con il muso giallo tutto sudato.
A Chinatown puoi nascere, vivere e morire, senza dover mai imparare una parola di inglese, tanto qui nessuno lo usa.
Oggi è la grande festa del capodanno cinese, da oggi siamo nell'anno del Cane.
Fai fatica a guardarti in giro, tra la pioggia, le decorazioni, la gente e gli ombrelli. Per di più sei costretto a guardare a terra: le strade sono un fiume rosso, la pioggia ha sciolto il colore di mille decorazioni e coriandoli. Sembra sangue. Sangue di drago cinese.
Prima di uscire dalla bolgia, ripromettendomi di tornare qui in un momento più calmo, passo dal tempio buddista, dove un'enorme statua d'oro bagnata dal fumo dell'incenso e dalle preghiere dei fedeli che scuotono le mani giunte in sua direzione, campeggia sopra un'enorme quanttà di cibo, lasciatole in dono.
Prima di uscire prendo un foglietto della fortuna dal cesto all'entrata del tempio:
Buone probabilità di successo. Ti aspetta a breve un cambiamento inatteso, come nel gioco degli scacchi: pensa bene alle tue mosse che produrranno l'effetto.
La raccolta dfferenziata a NY.
Esiste un sistema di raccolta differenziata per cui ogni per pezzo di carta o di plastica che porti nei centri di raccolta ti viene corrisposto un compenso di qualche centesimo. Poco, pochissimo se comparato ai costi della vita di New York, e a quello che si potrebbe fare in quella mezz'ora che viene buttata via per andare al centro raccolta...
Ma l'America, si sa, è il paese delle possibilità.
E anche la raccolta differenziata ti dà possibilità.
Tutti buttano la loro spazzatura fregandosene della raccolta dfferenziata, ma ogni sera un gruppo di homeless gira per ogni quartiere (e guai a cambiare, guai a entrare nel giro senza chiedere il permesso), apre le buste della spazzatura e divide carta, plastica, vetro, etc etc etc.
Molti si sono organizzati anche con camioncini o altri mezzi di fortuna.
Raccolta la spazzatura, divisa per qualità, la portano nei centri raccolta e i pochi centesimi diventano dollari.
E i dollari cibo e altro.
E la gente che butta la spazzatura senza fare la raccolta differenziata ha la coscienza pulita, anzi ha la sensazione di fare del bene, di fare dell'elemosina...
Stasera sono andato a bere una birra a Soho, con un ragazzo turco che ho conosciuto al corso di inglese e che è qui per specializzarsi nella lingua. Ma è più in alto mare di me... Comunque ci capiamo abbastanza fluentemente, io ho più vocabolario ma una pessima pronuncia, lui un vocabolario molto più ristretto ma una buona pronuncia.
Soho è un quartere stranissimo, il nome è la short form di South oh Houston, a sud della Houston, che è una via che taglia Manhattan nella parte bassa.
Dopo che il Village, quartiere degli artisti dall'inizio del '900, si era riempito e i prezzi erano saliti, i freak e i creativi si erano spostati qui, nella seconda metà del seconolo scorso. Oggi trovare un appartamento a Soho è pressoce impossibile e i prezzi di qualunque cosa sono lievitati, e i freak si stanno spostando a East VIllage, e nel Lower east side, la zona dove vivo io.
Ma passeggiare a Soho sia di giorno che di sera (è pieno di bar curatissimi e ristoranti di ricerca culinaria) è affascinante.
Nelle vetrine si alternano gallerie d'arte e negozi, e le gallerie d'arte sembrano negozi, con i prezzi sotto ogni opera, mentre i negozi sembrano gallerie d'arte da quanto belli sono da vedere, da visitare, e da come la merce è trattata. L'idea estetica (alla base di tutta la creatività newyorkese) è quella del recupero dello scheletro dell'architettura urbana, all'interno di un tessuto connettivo street, dalla grafica dei flyers, all'insegna, alla scelta dei materiali per l'arredamento. I prezzi non sono in vetrina (come del resto in nessun negozio in America), ma li trovi attaccati ai capi, su cartellini che non vorresti buttare mai.
In fin dei conti: se l'arte da sempre ha cercato di raccontare un punto di vista estetico sulla società, sui valori, sul mondo, essendo la società americana (e la nostra) la società del consumo, della pubblicità, dell'immagine, del denaro, non può, se supportato da un'idea estetica vincente, essere un negozio stesso un'opera d'arte? Io penso di si.
Intanto ho comprato un disegno fatto con pastelli a cera su un foglio del New York Times, da un artista che esponeva appendendosi le sue cose sui muri di una via di Soho:

Sto vedendo in tv il Jerry Springer Show, per chi non lo conoscesse può farsene un'idea sul sito, dove ci sono anche alcuni video e alcune foto.
Il programma si svolge in un teatro, di fronte ad un pubblico esaltato ed urlante. Il conduttore è in piedi tra il publico e conduce il talk che si svolge sul palco, dove si incontrano per discutere persone dai casi umani più disparati, gente che ha litigato con parenti, fidanzati, storie di corna, di liti, ma anche storie d'amore strambe, travestiti, transessuali, sette religiose estremiste...
Sul sito si leggono anche alcuni requisiti per diventare ospite: hai una storia da raccontare vissuta con una prostituta? fai parte di qualche movimento razzista o ne vorresti far parte (su sito si vede che spesso sono ospiti quelli del ku kluz klan)? sei combattuto tra due storie d'amore? sei poligamo? sei sposato ma vuoi un'altra moglie o un altro marito? fai scambi di coppia? stai imbrogliando il tuo amante e vuoi dirglielo in tv?
Lo show si svolge così: Jerry fa entrare gli ospiti a coppie e mano a mano che racconta la storia fa entrare le persone che della storia fanno parte. Tutto normale, se non fosse che le persone scelte per il talk sono assatanate e il pubblico lo è ancora di più. Come ad un incontro di box o di wrestling, come ad un combattimento tra cani, il pubblico in piedi incita le persone una contro l'altra, anche con parolacce e salendo sul palco. Così le donne si strappano i capelli, volano extencion sul palco, gli uomini si strappano la camicia e si prendono a botte, si riempiono di calci, si graffiano, si prendono a pugni. Il pubblico interviene anche ponendo domande provocatorie e offendendo. Il risultato è che anche il pubblico stesso finisce nella rissa sul palco. Nella puntata di oggi da aggiungere anche unn gay che si è dichiarato ad un cameraman, lo ha fatto spogliare e ha ballato per lui sul palo della lap dance a petto nudo, abbassandosi le mutande e mostrando poi alla telecamera il sedere (nascosto da pixel), ma del resto già una delle due sorelle coinvolte nella rissa aveva fatto vedere il seno a 'mo di spregio ad una del pubblico magra e piatta.

insomma, c'è chi si lamenta della nostra tv, accusandola di essere trash... beh dovrebbe venire a vedere un po' questa...
ps: ora che è finito il JS show è iniziato un nuovo programma (maury show) che ha come sottotitolo della puntata odierna: "E' un miracolo che sia vivo" e parla di gente con malformazioni fisiche. Hanno presentato una bambina con il volto completamente deformato da un naso lungo almeno 20 cm e largo altrettanti, una donna senza braccia che fa tutto con i piedi, un'altra ricoperta da un'escrezione marrone su tutto il corpo e chissà cosa arriverà ora...
ti siedi su delle poltrone che sembra di stare nel salotto di casa tua. le luci si spengono e inizia lo spettacolo dell'universo. è molto più di un planetario, è molto più di uno spettacolo in 3D, è lo space show, lo spettacolo dello spazio.
Oggi sono stato al Museo di storia naturale di New York, il più grande museo del genere nel mondo, e sicuramente il più grande museo che io abbia mai visitato nella mia vita (è più grande anche del metropolitan).
Su quattro piani è raccontato tutto il nostro mondo, minerale, vegetale, animale, sociale, spaziale.
Si passa dai fossili, alla ricostruzione a grandezza naturale dei dinosauri, dagli animali impagliati, alla riproduzione di habitat naturali di popolazioni di tutto il mondo. Dai più piccoli ogggetti di uso comune ai costumi rituali, dall'africa alle galapagos. Una teoria di usi e costumi, di animali e pietre (tra l'altro anche lo zaffiro più grande del mondo, the star of india), di rocce spaziali e meteoriti.
Veramente impressionante. E' un mondo intero raccontato su quattro piani. Noi siamo tutto questo, è molto di più.
Tra le cose che più mi hanno colpito voglio ricordare la sezione degli indiani d'america. Con i costumi, le maschere e gli enormi totem di legno dalle facce più asssurde.
e poi lo space show.
accanto al museo, un'imponente costruzione ottocentesca, una specie di castello della mittleuropa, è stato inaugurato pochi anni fa un progetto che ha dell'incredibile: uno space center, per raccontare lo spazio dal big bang alle ultime scoperte. E anche la costruzione stessa è ardita: un'enorme palla di ferro, in una struttura di vetro e acciaio.
e all'interno della palla: lo space show.
Trenta minuti in cui, accompagnati dalla voce di tom hanks, si viaggia nello spazio.
E sembra vero, è veramente impressionate. da provare, è impossibile da raccontare.
Qui a New York esisteva una donna ricchissima che decise che con la sua enorme fortuna poteva dare una mano all'arte a crescere e a tramandarsi. L'ha fatto prima con un club per artisti, poi (dal 1931) con un museo risrvato solo ad opere d'arte americane. Museo che comprende sia una collezione pemanente (esposta a rotazione: le opere della collezione sono 12.000!!! e continuano ad aumentare) sia sale per esposizioni (oggi ce ne erano aperte sette, di generi ed estetica completamente diversi).
Lei si chiamava Mrs Withney e il museo che le è sopravvissuto e che tuttora vive solo dell'eredità di Mrs Whitney, si chiama Whitney Museum of American Art.
Tra le tante cose una sala in particolare mi ha colpito, quella dedicata alle sculture astratte di Alexander Calder
Ora sculture che volano, che ricordano un po' Munari e un po' Melotti (che sono arrivati dopo)
Ora fili di ferro arrotolati a formare figure tridimensionali perfette con due sole linee
Ma soprattutto il suo Circus

un circo vero e proprio costruito con fili di ferro e materiale riciclato. Un circo dinamico, dove le ballerine muovono il ventre, i trapezisti saltano e fanno acrobazie, le colombe volano sulle mani della grassa signora, dove il leone fa la cacca ma c'è un inserviente che pulisce, dove il lanciatore di coltelli sbaglia e colpisce la moglie, prontamente soccorsa da due barellieri zelanti. Il tutto realizzato con una forte attenzione sia all'estetica sia alla meccanica (Calder era un ingeniere meccanico)



A vederli nella teca sembrano oggetti usciti dal magazzino di qualche antiquario. Ma se uno ha la pazienza di seguire per 20 minuti il video che è a fianco ti si apre un mondo: il mondo dell'arte come gioco (e torna Munari). Il video presenta lo stesso artista che, trenta cinque anni dopo (il circus è della fine delgi anni '20) si rimette in ginocchio e fa lo spettacolo del circo, con fischietti, vinili e tamburelli, e anima le sue sculture. Lo spettacolo ricorda il circo russo dei burattini del concerto straordinario di Obratsov.

Da segnalare una sala del Whitney dedicata alle esposizioni di un artista messo sotto contratto dal museo e che deve produrre opere da esporre lì. Iniziativa interessante, un po' mercenaria, direbbe qualcuno, troppo americana, in realtà una maniera giusta per far crescere l'arte oggi, una specie di incubatrice con vetrina per produrre arte su commissione. Dopotutto non faceva lo stesso papa Clemente VII con Michelangelo?
Oggi ho fatto il turista.
Ho preso la metro fino a Battery Park, alla punta sud di Lower Manhattan, il parco dove si incontravano i personaggi di Cercasi Susan disperatamente.

Lì ho preso da un ambulante un bicchiere di hot cider, succo di mela caldo, nel bicchiere di cartone con il tappo di plastica.
Accanto alla sfera ammaccata del World Trade Center, recuperata ammaccata e rotta ma ancora intera dalle macerie dell’undici settembre e posizionata qui “ad memoriam”, c’è la biglietteria per il traghetto per
Parto convinto di andare a visitare un simbolo turistico e torno convinto di aver capito molto ma molto di più del paese dove sono e della sensazione che mi accompagna in questi giorni qui.
Mentre la nave lascia il porto la gente si ammassa sul fondo per fare delle foto allo skyline che si allontana lentamente. Io non so se fare delle riprese o delle foto. Per non sbagliare decido di fare tutte e due.

La statua della libertà da vicino è un po’ deludente, è più piccola di quanto uno se la immagina e esteticamente non è niente di che, anzi, sembra un po’ tozza e grossolana…

Ma una volta scesi dalla barca, avvicinati alla statua, una volta giratoci attorno, una volta capito che è enorme come mai nessun altra statua di bronzo hai mai visto nella tua vita… beh è spettacolare. 
È che le cose siamo sempre abituati a vederle dal davanti, e non appena giriamo l’angolo e capiamo che c’è qualcosa di più ci si apre un mondo.


Lasciata la statua della libertà e il suo museo e il suo bronzo, il traghetto ci porta ad Ellis Island, l’isolotto che fino a 50 anni fa era il punto di arrivo di tutta l’immigrazione dall’oceano atlantico. Migliaia di persone ogni giorni sbarcavano qui inseguendo il sogno della libertà. Un museo ben fatto racconta la storia della struttura, facendo ripercorrere al visitatore la strada che facevano quelli che sbarcavano qui. Foto e filmati ti fanno rivivere l’atmosfera un po’ da babele (si parlavano oltre 50 lingue contemporaneamente) e un po’ da campo di concentramento. Sulla punta della penna del funzionario davanti a te la decisione sul tuo destino: vivere in America per sempre o tornare, perdente, in patria.
Per il 98% la risposta era “Welcome in the United States”, e il sogno cominciava…

Gli americani in questo sono pazzeschi: dove non c’è niente creano loro l’evento, l’emozione. E in questi stanzoni vuoti e abbandonati bastano poche foto e qualche valigia per farti rimanere due ore a girare lungo quelle pareti ricoperte di piastrelle bianche e graffiti fatti da disperati con chiavi di una casa che non avrebbero rivisto mai più. Con loro portavano un paio di pantaloni, una giacca, qualche fotografia…
Nelle orecchie mentre cammino ho l’audioguida. Ma non ci sono spiegazioni di letterati o storici dell’arte o sociologi o che altro. Ci sono le voci, originali, delle persone che sono passate di lì. Che ti raccontano come in quelle stanze, su quelle panchine, dietro a quelle inferiate da cui la notte si vedevano le mille luci di New York e i primi grattacieli, loro hanno sofferto, sperato, pianto, riso, aspettato, temuto, e finalmente ottenuto il passaporto per la loro libertà.
Alle mie spalle, alle spalle dell’isola, brilla contro il sole la fiaccola della statua…
Da recenti sondaggi il quaranta per cento degli americani ha almeno un parente lontano che è passato da Ellis Island.
Non c’è da stupirsi quindi se gli americani sono così attaccati a quella statua verde e smunta con il braccio alzato e lo sguardo verso il mare.
La statua della libertà.

Come figli raccolti in braccio
da questa nave che non sa partire,
ricamiamo il mare con lo sguardo a punta,
l'ancora più grossa ce l'abbiamo qui
Come figli portati a spasso
dalle onde a pezzi che san tutto loro,
verso un'orizzonte con il sole al collo,
dondolando sempre, ma cadendo mai.
L'unda de ieer porta l'unda de incöö
l'öcc de un vecc l'era l'öcc de un fiöö
E sèmm partii e sèmm partii,
per questa America sugnàda in prèssa,
la fàcia dùpia cumè una munéda
e una valìsa che gh'è deent nagòtt
E sèmm partii e sèmm partii,
cumè tocch de vedru de un büceer a tocch,
una vita noeva quaand finìss el maar
mentre quèla vègia la te pìca i spàll...
E sèmm partii...
Come figli salutati a mano
da questa gente che non riesci più a vedere,
fazzoletti bianchi che non san volare,
non ci seguiranno e resteranno là.
Come figli presi a calci in culo
da una paura con le scarpe nuove
e gli occhi bruciano senza rumore,
non è solo il vento, non è solo il sale
L'unda de ieer porta l'unda de incöö
l'öcc de un vecc l'era l'öcc de un fiöö
E sèmm partii e sèmm partii,
per questa America che maja tücc
un gratacieel o una rivultèla
se la furtoena la me baserà.
E sèmm partii e sèmm partii,
cumè una cicàda cuntra la bufera ,
se ghe la foo cambi la mia vita,
se fùndi mea l'è giammò quajcòss.
E sèmm partii.....
Come figli raccattati al volo
da questa statua che nasconde il cielo,
ha una faccia dura e ci guarda strano,
sarem poi simpatici alla Libertà?
E sèmm partii e sèmm partii,
per questa America sugnàda in prèssa,
la fàcia dùpia cumè una munéda
e una valisa che gh'è deent nagòtt
E sèmm partii e sèmm partii,
cumè tòcch de vedru de un büceer a tòcch,
una vita noeva quaand finìss el maar
mentre quèla vègia la te pica i spàll
E sèmm partii.....
Oggi qui pioveva e faceva freddo. Il clima si sopporta senza fatica, ma quando arriva il vento gelido e veloce, che attraversa da nord a sud e da est a ovest le strade larghe e dritte, ti colpisce il viso, beh… allora è un po’ più difficile.
Così ho deciso, per evitare il clima polare e la pioggia fastidiosa, di buttarmi in qualche museo.
Sono stato al Guggenheim, che è stata una enorme delusione. Partendo dall’esterno, che non ho potuto vedere perché in ristrutturazione... peccato perché l’edificio era forse la cosa più bella; infatti bellissimo era l’interno, con quella lunghissima spirale bianca che sale verso la cupola di vetro. Peccato che, a parte il primo anello, tutto il resto era chiuso perché è un area adibita alle esibizioni e ne è appena finita una e per le prossime settimane non ne è prevista una nuova… Così mi sono accontentato di vedere la collezione permanente, che conta non più di una cinquantina di quadri esposti: un po’ di Kandinsky, qualche Braque, qualche Picasso. Niente di che. E le due sale (2!) finiscono presto, e ti lasciano in bocca la voglia di vedere qualcosa di più. Ma per quello bisogna cambiare museo, nei prossimi giorni…
Stasera ho iniziato il mio corso di inglese, affiancato per metà da sudamericani e per metà da polacchi… è gente che si è trasferita qui alla ricerca di fortuna, ma che non parla una parola (o quasi) di inglese. Chiacchiero con il ragazzo polacco che ho a fianco che mi dice che è qui da un anno (e riesce solo a spiccicare qualche parola), alla mia domanda su quando pensa di tornare in Polonia mi risponde: “I hope never”, spero mai. Quella che è seduta attorno a me (a parte una giapponese con la penna di hello kitty) è la new york più povera, quella degli immigrati venuti qui inseguendo il sogno americano, come facevamo noi cento anni fa. Lavorano come muratori o come operai e vengono la sera a fare un corso di inglese in centro per sperare qualcosa di più. Il corso costa poco, il sogno non costa niente.
Hanno la faccia blu ma non sono puffi, né tanto meno alieni, anche se hanno sul petto un foro da cui esce vernice colorata o pasta per dolci. Sono i Blue Man e sono un’esperienza teatrale. Diversamente non saprei come definirli, e anche questa definizione è riduttiva: c’è qualcosa delle performance, c’è del rock, c’è dell’arte, c’è del mimo, della musica, c’è qualcosa degli stomp e qualcosa di Benny Hill. Sono un gruppo di tre attori che ti portano per mano nel loro mondo sinestetico per un ora e quaranta cinque minuti.

Tutto nasce quando oltre 15 anni fa un gruppo di amici di vecchia data, 3 ragazzotti di New York, decide di mettere insieme uno spettacolo. Ma un teatro che li ospiti non ce l’hanno, così si imbarcano in una sere di happenings nei luoghi più disparati, momenti teatrali di sperimentazione da cui nasce il loro spettacolo che troverà la possibilità di debutto all’Astor Place, un teatrino tra il Village e Noho. Trecento posti circa e un palco largo non più d sei o sette metri e profondo tre. Da allora lo spettacolo è sempre in scena (sempre nello stesso teatro), ha vinto numerosissimi premi, e 30 attori (oltre ai tre fondatori), ogni sera (anche a Las vegas, a Chicago e a Boston) si pitturano la faccia di blu e diventano Blue Man.
I Blue Man non parlano mai, ma giocano. Lo spettacolo è indescrivibile perché non ha una struttura narrativa, una trama, ma il racconto e un racconto sensitivo, fatto di colore spruzzato sui tamburi che, picchiati dalle mazze, schizzano giallo o rosso o verde, mentre un faro da dentro il tamburo ne illumina lo spruzzo sul volto. E poi le caramelle mangiate al volo e risputate sulle tele per colorarle (niente di diverso da chi urinava su lastre di metallo, soltanto un po’ meno serietà e un po’ più di spirito veramente pop). O quando suonano delle tubazioni di plastica come fossero tromboni, componendo qualcosa bello da guardare e da sentire. O quando giocano la carta dell’interazione, coinvolgendo alcuni spettatori nei giochi. O quando giocano con la città stessaB le sue luci e le sue scritte, trasformando in mazze da tamburo dei led su cui passano scritte rosse digitali, o quando da un video in 2 dimensioni sembra uscire un personaggio in carne ed ossa, ma è solo un gioco di luci e di sinestesie. Ah… è difficile da descrivere. Ma ancora più complicato è raccontare il finale, quando i Blue Man si arrampicano tra le sedie e prendono degli enormi rotoli di carta di diverse larghezze e li srotolano tra le poltrone, dal mezzanino a giù e viceversa, mentre ruotano tubi fosforescenti che pendono dal soffitto, intanto che le luci ti accecano e ti fanno perdere il senso della realtà, con le orecchie riempite dai suoni un po’ rock un po’ elettronici fatti dai musicisti che suonano in un angolo del palco.
Quando si accendono le luci e ci si avvia per uscire alla realtà, il teatro sembra invaso dalla neve, ma è solo carta, sporcata qua e là dal colore che è schizzato su quelli delle prime file (opportunamente coperti da kway di plastica all’inizio dello spettacolo).
E’ uno spettacolo che molti di quelli che vogliono fare teatro da noi, teatro sperimentale, non tradizionale, teatro creativo, dovrebbero vedere.
Perché fa capire come trepersonequalunque possono, se hanno idee, spaccare il culo al mondo.
Ma forse questo capita solo perché siamo in America…
(qui alcuni video dei blue man che vi fanno capire, meglio della mia bislacca descrizion, quello che ho visto)
Oggi era la giornata dell'open house alla New York Film Academy, la scuola dove andrò tra due settimane.

Per open house gli americani intendono quando la scuola apre le porte ai curiosi e ai futuri studenti e gli insegnanti presentano i corsi e rispondono alle domande.
Il palazzo della scuola è al centro di Manhattan, a Union Square, sulla 17th strada, all'altezza di broadway.
Si entra da un lato della vecchia casa e si sale. La scuola si sviluppa su tre piani, la riunione era nella sala delle proiezioni, all'ultimo piano, così sono passato attraverso gli altri piani, buttando un occhio qua e là. Sembra una specie di fabbrica, con le pareti nere, pezzi di vecchie macchine da presa distribuiti un po' ovunque, poster cinematografici, luci e faretti, sedie da regista, computer per il montaggio, e decine di ragazzi (con la felpa con scritto NYFA, new york film academy, l'avrò anche io e sarò fichissimo!). Al primo piano una decina di studenti facevano una lezione sulla macchina da presa, al secondo un gruppo stava girando in 16 millimetri una scena di un cortometraggio con un set completamente allestito e una macchina su un carrello.
Il clima è caldo, accogliente, semplice e soprattutto creativo. si sente che siamo in america e che siamo a NY, la patria del cinema indipendente americano.
Non vedo l'ora di cominciare...





il teatro è gremito di persone e da dove sono io, nella rapidissima balconata, sembra quasi di poterli toccare quegli stucchi di inizio novecento. stucchi che hanno visto nascere il varietà, che hanno ascoltato gli applausi alle Zigfield Follies, alle ballerine di fila con le coscie scoperte e i cesti di frutta sulla testa, agli elefanti veri e alle scimmie, ai cerchi di fuoco e ai contorsionisti, ai cantanti impomatati e poi ai guanti bianchi, ai cappelli troppo grandi, agli abiti troppo voluminosi, alle scarpe troppo alte e i colletti troppo stretti. tutto brillante, tutto dorato, tutto al top. erano così le zigfield folies, e andavano in scena qui.
Oggi questo teatro, il new amsterdam, ha sentito anche i miei di applausi, per le nuove folies, i musical.
Lo spettacolo però inizia già fuori, quando esci dalla metropolitana e ti riempiono gli occhi le mille luci di Broadway, forse il posto che ho visto qui a NY che mi ha emozionato di più, per il carico di storia che si porta dietro. luci, luci, luci. ad intermittenza, al neon, faretti, cartelloni luminosi, mega schermi. ogni mezzo è lecito per illuminare lo show e renderlo una nuova folies. e l'offerta è ampia e i posti cari.
venghino siori venghino. lo spettacolo è assicurato, e il cuore già batte forte.
per il mio debutto (da spettatore) a broadway ho deciso di scegliere il meglio. lo spettacolo che da anni tiene incollate ogni sera le persone al proprio posto (stretto e caro). "il miglior musical di tutti i tempi", l'ha definito un critico del times. "the lion king", il re leone, produzione disney, tratta dall'omonimo cartone animato.
la parola giusta per descriverlo è "magico".

decine e decine di animali prendono forma reale su quel palco, ma non sono altro che pupazzi, bambolotti magistralmente mossi e coreografati da ballerini eccezionali. basta un movimento di gomito e le gazzelle sfrecciano nella savana, con un colpo di mano la leonessa spaventa l'ippopotamo, basta una lunga canna per far volare gli uccelli come aquiloni, e serve solo un movimento della testa per raccontare un mondo. Alle leonesse che piangono escono lunghi nastri azzurri dagli occhi, e per prosciugare uno stagno basta far scivolare uno straccio in un buco.

semplicità grandiosa. con niente questi attori fanno tanto. ma il loro niente è supportato dal tutto, da broadway. da costumi, scene, luci, regia, musica, tutto a livelli enormi.
e allora via, con il cerchio della vita.
From the day we arrive on the planet
And blinking, step into the sun
There's more to be seen than can ever be seen
More to do than can ever be done
Some say eat or be eaten
Some say live and let live
But all are agreed as they join the stampede
You should never take more than you give
In the Circle of Life
It's the wheel of fortune
It's the leap of faith
It's the band of hope
Till we find our place
On the path unwinding
In the Circle, the Circle of Life
ti viene voglia di alzarti e metterti anche tu a cantare con loro, girare lungo la pedana che si alza e si abassa, affogare nello stagno fatto da stoffa azzurra, nasconderti dietro ai cespugli di carta, perderti nelle ombre che raccontano la savana.

non c'è niente da fare. quando uno le cose le sà fare, le sà fare. sono il massimo. è una macchina che non sbaglia al colpo e che arriva al cuore, che fa venire i brividi e che vorresti non finisse mai.
Si entra salendo una scala mobile grigia che porta in un buco nero. Nella penombra bucata da faretti diretti e precisi si leggono delle scritte che ti introducono nella mostra dei corpi. Bodies, the exhibition. Una mostra che ricorderò per tutta la vita, a lower manhattan, a south street seaport.
C’è qualcosa della medicina, qualcosa della scultura, qualcosa dell’arte, qualcosa della performance, qualcosa del supermercato, qualcosa di sadico, di perverso, di affascinante.
Una lunghissima mostra ti prende per mano alla scoperta del corpo umano. Il corpo vero. Quello che era di qualcuno e che ora vedi esposto. Morto. una mostra di cadaveri e pezzi di cadavere.
Attraverso un procedimento di iniezione di polimeri di plastica i corpi vengono immobilizzati a piacere. Mummificati come 4000 anni fa, ed esposti nel loro essere carne. Pezzi di carne e di ossa.
Alcuni corpi sono stati scarnificati e mostrano solo lo scheletro, su altri campeggiano i nervi, su altri i muscoli. La mostra è divisa per sezioni, come i titoli di un libro di scienza anatomica (apparato respiratorio, vie urinarie, lo scheletro) e accanto ai corpi (sistemati in posizioni diverse come "il giocatore di basket", "il lanciatore del disco") sono esposti anche pezzi di carne resa plastica, presentata come su un tavolo anatomico o su un banco del macellaio. Tagliata, sezionata. Qui il femore, qui le orecchie, qui il fegato, il cervelletto, l’utero. In una stanza c'è un corpo umano tagliato orizzontalmente in decine di fettine (bistecche).
Non manca poi una sezione dove gli organi presentati sono di gente morta malata: malformazioni degli organi, i polmoni neri di un fumatore (che se uno che fuma ci si trova davanti, decide immediatamente di smettere), un tumore alla mammella, il cervello bruciato dopo un ictus,…
Una sezione poi è dedicata al feto. In queste stanze i feti plastificati sono conservati sotto soluzione acquosa in alcuni cilindri di vetro illuminati da un faretto verticale, sembra il laboratorio di qualche scienziato alieno… anche qui non mancano le malformazioni fetali e i gemelli siamesi. Le stanze più belle, nere e rosse, sono quelle dei vasi sanguinei. Ai corpi appena morti è stato iniettato un liquido nel sangue che ha fatto plastifcare tutte le vene e le arterie all’istante, il resto del corpo poi è stato bruciato chimicamente. Il risultato è uno scheletro di vasi sanguinei che disegna il corpo.
Pazzesco. Veramente pazzesco.
Passeggi tra le sale con un misto di curiosità morbosa, disgusto, attrazione, vomito.
E ti accorgi che tra il filetto ai ferri e la tua coscia non c’è nessuna differenza. Sei solo e soltanto pezzi di carne e pezzi di ossobuco.
Il valore aggiunto a quella carne e a quelle ossa è la vita.
E ti viene voglia di tenertela bene stretta…
(alla fine su un foglio si segnavano persone nteressate a diventare donatori di corpo per l'arte e per la scienza, inizialmente ti inviano solo informazioni via mail. la mia mail l'ho lasciata)
stasera sono stato invitato, con la mia amica attrice, alla prova generale di uno spettacolo off broadway.
un tributo a tina turner, dove cinque attrici, vestite di pailletes, si alternavano in coreografie pop, momenti di confessione al pubblico, canzoni (accompagnate da una band dal vivo), e prove di teatro danza niente male.
in sala una decina di amici e parenti, più noi due. in un teatro al quarto piano di un grande palazzo vicino alla broadway, un ampio salone con poche sedie, video proiezioni, mostra di fotografie nel foyer... molto newyorkese...
il modo che hanno di approcciarsi al teatro è molto cinematografico, con una recitazione realistica (vedi acotr studio) che recupera le emozioni dal privato e le restituisce senza filtro. Affascinante, soprattutto in una dimenzione ridotta e di stretto contatto. L'immaginario è pop, molto più pop di come sarebbe da noi (a parte che difficilmente da noi qualcuno penserebbe di fare uno spettacolo tributo a ligabue...)
dopo di che cena indiana a soho.
da non dimenticare il passaggio alla public library stamattina (scenario di numerosissimi film), l'acquisto di una scheda americana, il pranzo da burger king sulla sesta, un salto alla sezione giapponese e a quella egiziana del Metropolitan, l'iscrizione ad un corso di americano (inizio lunedì, non è niente di che, ma è tanto per improve my english e conoscere nuovi friends...).
oggi la giornata è stata soleggiata e piena di cose da fare, da vedere, da ricordare.
come quel ragazzo che vicino a central park camminava con al guinzaglio una decina di cani di diverse taglie e misure o la fila di limousine che sostava sulla quinta di fronte a tiffany e dintorni.
stamattina mi sono svegliato alle sei a causa del fuso. mi sono rigirato nel letto per un po' senza sonno, poi mi sono alzato e ho caricato le immagine girate durante il viaggio.
c'era anche un audio, una musica, ma non so perchè non riesco a caricarlo...
stamattina pioggia infernale, decidere di visitare la città era difficile così ho optato per un giro di negozi (entrando e uscendo dai quali comunque mi sono completamente inzuppato).
cose che mi hanno colpito (in ordine sparso):
-dai tombini esce il fumo
-in molti posti quando paghi con la carta di credito, devi farla strisciare tu stesso
-c'è una quantità di gente di colore mai vista in europa
-la metropolitana è quasi indecifrabile
-le scale anti incendio esterne a tutte le abitazioni
-i vestiti costano pochissimo rispetto ai nostri negozi, e non sono male
-capisco meno di quello che speravo
nel pomeriggio passeggio per il centro.
senza fiato a Times square, la piazza dove quando il sole tramonta diventa giorno, da tante luci, neon, schermi, fari ci sono. ma di questo parlerò poi.
Lì incontro Ester, una mia compagna della scuola d'arte drammatica, qui a NY da tre mesi per un corso di teatro.
chiaccchiere, passeggiata, pizza al trancio.
la sera cinema, Brokeback Mountain
ora qui è mezzanotte e mezza, ma in italia è mattina. vado a nanna, sono sfinito...
eccomi arrivato. scrivo dal mio portatile sul letto della mia camera a New York.
Il viaggio è passato senza che me ne accorgessi, due film, due pasti, un po' di lettura, due esercizi della grammatica inglese...
sul volo c'erano anche dario argento, gabriele salvatores, valerio mastrandrea e altri del cinema italiano... che ci vengono a fare a NY?
atterrato mi hanno sequestrato il prosciutto crudo, il lardo e la coppa con cui volevo allietare il mio compagno di casa, ma mi hanno lascaito i missoltini, gli agoni di lago essicati, tipici del lago di como...
l'approccio con una città nuova è sempre un pò inquietante, non sai dove sbattere la testa, soprattutto perchè mi sono accorto che è molto più difficile capirli di quanto avessi immaginato... Mi sono sentito perso, per un attimo. è tutto così diverso... ma la sensazione è surata poco più di una manciata di secondi.
capisco in fretta dov'è la metro, dove cambiare e chiedo informazioni per raggiungere casa.
l'ingresso della palazzina è quello visto mille volte nei film, con il cancello che separa da un piccolissimo cortiletto dove bidoni della spazzatura stracolmi fanno da siepe per separare la vista dei passanti dai tre gradini che portano al portone.
la casa è all'ultimo piano, ed è molto bella, i soffitti ampi, gli spazi ben arredati.
una scala a chiocciola sale fino ad un soppalco dove un ponte sospeso sopra il soggiorno porta ad una terrazza con vista sui palazzi e su una chiesa cattolica.
la linea wireless è una rivoluzione.
-.-
oggi in aereo ho letto un libro che mi ha dato Maurizio, collega e carissimo amico.
era suo, l'aveva letto sul volo del suo viaggio a NY, si intitola "Volete sapere cosa è New York?", scritto da E. B. White.
quindici minuti dura la lettura. quindici minuti fantastici, soprattutto in volo verso NY.
Una delle prime frasi del libro dice: "Nessuno dovrebbe venire a vivere a NY a meno di sentiri seriamente interessato ad essere fortunato".
Ecco, io sono seriamente intenzionato ad esserlo.
ora vado a letto, ho cercato di resistere al jet leg, ma ora ha la meglio...
domani la città mi aspetta!
valigia pronta, faccia pulita, sorriso felice.
tra poco passano a prendermi per andare all'areoporto.
vado, spacco il culo al mondo, e torno vincitore.
meno uno.
domani, all'ora di pranzo, decolla il mio volo.
fiumicino-jfk
ieri serata di saluti con amici e colleghi (anche se qualcuno importante mancava...)
un saluto come si deve, trash al punto giusto, a cantare al karaoke.
quando mi hanno dedicato a sorpresa "new york new york" ho avuto voglia di portarmeli tutti dietro...
la prossima volta che scriverò sarò già oltre oceano.
see you soon
Finalmente è ora dell'annuncio. Lo volevo dire da un po', è una di quelle cose che uno si tiene sempre sulla punta della lingua, ma non dice. Come quando qualcuno ti sussurra all'orecchio un segreto preceduto dalla frase "non dirlo a nessuno". A me viene subito da dirlo a chiunque.
Ora è arrivato il momento di dirlo.
Ora che tutto è deciso e prenotato, e non si può più tornare indietro.
Parto.
Per la prima volta nella mia vita decido di prendermi un momento per andare contro la mia strada, sulla quale ho sempre corso, convinto non ci fossero altre possibilità per essere felici. Voglio fermarmi un attimo, tornare indietro, (ri)acquistare competenze, (ri)farmi l’immaginario, (ri)prendermi le misure nei confronti della vita e del mondo.
Vado a New York.
Parto il 17 gennaio e torno il 15 marzo.
Frequenterò un corso di Digital Filmaking alla New York Film Academy.
La casa dove andrò ad abitare è in East Village, vicino a Tompkins Square Park e il quartiere di Lower East Side, sulla seconda strada, a Manhattan. E’ al quarto e ultimo piano di una vecchia palazzina, e ha anche una terrazza, anche se i -20 gradi che si prospettano per il periodo in cui arriverò non me ne permetteranno il completo utilizzo…


La persona proprietaria dell’appartamento viene dalle mie parti, dal lago di Como, ma da un anno e più vive a New York e fa l’art director in pubblicità.
Questo blog diventerà il modo di comunicare con il mio mondo, raccontare quello che vivo, quello che cambio, come cresco, cosa scopro, di cosa mi innamoro e cosa odierò. Voglio che ci siate, con i vostri commenti e i vostri saluti. Voglio che mi facciate un po’ compagnia…
Per comunicare con me potrete usare anche la mia mail e il mio contatto messanger (gionapeduzzi@tiscali.it), o il mio contatto Skype (gionapeduzzi). Fuso orario: -6 ore
Forse mi sentirò solo, forse no. Forse mi mancherà la mia vita, forse no. E’ un po’ un salto nel buio, ma un salto che faccio con tanto entusiasmo.
Sono eccitato, ansioso, confuso, speranzoso, curioso, trepidante, un po’ impaurito.
Mi aspetto grandi cose, e sono certo che le avrò…
giochi di bambini. giochi innocenti, che però ti raccontano un mondo.
mi sono ricordato di un gioco che facevamo alle scuole elementari. all'intervallo, nei corridoi di linoleum grigio, resi verdi dalle luci fredde del neon.
giocavamo a "ce l'hai", ma con una variante.
lo chiamavamo "c'hai l'aids".
era la fine degli anni '80
...