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Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.

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martedì, 27 ottobre 2009

La Valle del Baliem, nel cuore della Papua, è uno dei pochi posti al mondo dove ancora si vive come in Europa si faceva migliaia di anni fa.

Fuori da Wamena, il centro principale, non c'è acqua corrente, non c'è elettricità, non ci sono costruzioni di mattoni e il terreno non permette altra coltivazione eccetto la patata dolce. I villaggi comprendono, solitamente, una sola famiglia composta da un uomo anziano, le sue numerevoli mogli e i vari figli con relative compagne e nipoti. Gli uomini dormono separati dalle donne, in grandi capanne di legno e paglia, e la vita sociale ruota attorno al fuoco acceso in una capanna dove vivono anche i maiali. All'esterno un buco nel terreno serve per cucinare (non esistono pentole e utensili di alcun tipo): sul fuoco vengono scaldate delle pietre che vengono poi spostate bollenti nella buca, alternandole a foglie fresche e carne di maiale o patate dolci.

Wamena,il centro principale della valle, ha qualche costruzione in cemento armato, tra cui quattro piccoli alberghi che accolgono i pochi turisti (circa 500 in tutto l'anno) che visitano la valle.

Al centro di Wamena c'è una pista d'atterraggio, dove i cargo della Trigana Airlines atterrano giornalmente dalla costa: nella valle del Baliem non arrivano strade e qualsiasi cibo o oggetto viene trasportato via aerea.

Tra le mille tradizioni che ancora sopravvivono nelle tribù, alcune stanno scomparendo, sotto la pressione dei nuovi colonizzatori: i missionari protestanti. Una, ad esempio, è l'amputazione delle falangi alle bambine del villaggio, ad ogni morte di un uomo adulto. Il significato della pratica era quello di simboleggiare attraverso l'amputazione la perdita di un "pezzo di sè", e aveva come risultato quello di avere donne adulte amputate fino ad otto dita (i pollici venivano risparmiati).

Oggi l'amputazione non è più praticata, ma nei villaggi è ancora pieno di donne che ne portano i segni e spesso esibiscono le proprie mani ai turisti, chiedendo in cambio qualche sigaretta o qualche moneta.

Una foto che ho fatto al mercato di Wamena ad una donna senza alcune dita è finalista ad un concorso di fotografia.

Se volete dare un'occhiata a tutte le altre foto della Papua: qui.

Postato da: creativamente a 11:40 | link | commenti |

venerdì, 16 ottobre 2009

E' da circa un mese e mezzo che non riesco a ritagliarmi una giornata libera, il lavoro in questo momento è tanto, e mi è impossibile muovermi, sabato e domenica compresi. Ma tra un mesetto tutto tornerà alla normalità... si spera. E io e mia moglie ricominceremo i nostri viaggi di una giornata, alla scoperta del mondo che ci gira attorno.

Nel frattempo ho ripreso a leggere, nei momenti vuoti, in metropolitana e in aereo, e ho comprato un po' di libri che parlano di viaggi, quasi a compensare l'immobilità di questi mesi con qualche pagina scritta.

Ora nella mia borsa c'è "Il mondo a piedi" di David Le Breton, che mi porta a fantasticare di lunghe passeggiate per città e campagne. Fino a qualche giorno fa c'era "Marco Polo non è mai esistito" di Rolf Potts, una specie di manuale di scrittura di viaggio sotto forma di racconti.

Ad aspettarmi tra poco c'è "Il Grande Viaggio" di Giuseppe Cederna, sull'India, e altri volumetti ordinati su internet.

Ma in questi giorni ho letto soprattuto un libro che mi ha colpito e che è entrato direttamente nella lista dei miei libri preferiti: Vagabonding, sempre di Rolf Potts.

Il libro è un manualetto breve sul vagabondare  e insegna, senza aver pretese di insegnarlo, come muoversi per il mondo con gli occhi giusti per guardarlo, e con la curiosità giusta per farsi sopraffare da esso. Un libro che ti mette in difficoltà, che ti stimola, che ti fa venire voglia di partire, vagabondando, per le strade infinite del mondo. Consigliato, anche se (o soprattutto perchè) ti fa venire voglia di metterti lo zaino in spalla e viaggiare.

Postato da: creativamente a 17:48 | link | commenti |

mercoledì, 23 settembre 2009

"Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum (quello del Circo Barnum!) citato da Curzio Maltese.

Postato da: creativamente a 11:50 | link | commenti (1) |

martedì, 22 settembre 2009

Le case Tongkonan sono il biglietto da visita della regione dei Toraja. La strada che da Makassar porta a Rantepao ne è circondata nell’ultimo tratto.

 

 

Siamo in Indonesia, ma sembriamo mille chilometri lontani da Giava con le moschee, i grattacieli, il progresso. L’isola di Sulawesi vive un mondo a sé stante, dove il protestantesimo ormai è di casa in ogni villaggio ma dove permangono, indissolubili, tradizioni millenarie e un sistema sociale molto complesso e affascinante.

 

Le Tongkonan sono case con il tetto a forma di barca: i lati corti si alzano infatti come una prua o una poppa, sollevando quasi le costruzioni dal sottobosco tropicale della regione. Il legno è scolpito e decorato, e per completare le piccole opere d’arte, gli abitanti usano corna di bufalo, simbolo di prestigio e potere.

 

Il bufalo qui conta come l’oro, e forse di più (c’è chi dice che le case Tongkonan siano infatti ispirate proprio alle corna dell’animale, ma è più suggestivo pensare che i primi Toraja arrivati nella regione dall’Indocina via mare, abbiano deciso di perpetuare nelle case il ricordo delle loro navi).

 

Un autista di Bali, che abbiamo conosciuto nel nostro viaggio in Indonesia, ci ha detto che ha sposato una donna Toraja, ma che prima di sposarla le ha chiesto: i tuoi nonni sono ancora vivi? Nel caso la risposta fosse stata affermativa, ha detto, ci avrebbe pensato due volte a sposarla… La morte di un patriarca della famiglia, infatti, è per i Toraja il momento in cui la famiglia deve rilanciare il proprio prestigio. La posizione sociale di una famiglia Toraja la si valuta infatti dalla grandiosità con cui celebra vengono celebrati i funerali.

 

Quando una persona muore il corpo viene quasi mummificato, utilizzando delle erbe che la popolazione si tramanda da secoli, e poi viene riposto in un sarcofago che è conservato in un deposito per il riso, anch’esso con il tetto in forma tradizionale. Da quel momento si inizia a pensare alla cerimonia funebre, che di solito non avviene prima di un anno, un anno e mezzo, e comunque quasi sempre tra luglio e agosto, il momento della stagione secca, quando gli indonesiani vanno in vacanza e gli emigrati dal Sulawesi possono tornare nella regione. Ai funerali partecipano centinaia e a volte migliaia di persone e durano almeno tre giorni.

 

Il primo giorno è il giorno della processione: gli invitati al funerale arrivano, ognuno con il proprio dono, al villaggio del defunto, che per l’occasione viene allestito con delle strutture temporanee riccamente decorate, ognuna indicante un numero che corrisponde ad una famiglia.

 

I doni che vengono portati alla famiglia sono di solito animnali: galline, maiali e soprattutto bufali.

 

Più bufali vengono donati alla famiglia, più la famiglia può considerarsi prestigiosa. Una famiglia di alto livello sociale non può considerarsi tale se ai funerali dei suoi membri anziani non vengono donati almeno 24 bufali. Così tutte le famiglie stanno ben attente a fare i propri calcoli…

 

Una volta arrivati tutti al villaggio si inizia la processione.

 

I parenti del defunto e quelli della sposa del defunto spostano la bara in un’arca di legno sotto cui infilano lunghe aste di bamboo.

 

Al suono di tamburi e gong, dopo aver danzato e cantato attorno al feretro, i parenti (uomini) sollevano l’arca e iniziano la processione.

 

Davanti all’arca sfilano la moglie del defunto e le figlie, bardate a festa, accompagnate anche loro da una piccola arca simbolica, con la foto del caro estinto.

 

Dietro al feretro si srotola invece un nastro rosso lungo qualche decina di metri, sotto il quale hanno diritto di stare i parenti del defunto di sesso femminile.

 

 

 

Tutti indossano sarong neri, le donne sfoggiano delle borse nere e rosse dove ripongono le noci di betel che masticano in continuazione tra i denti rossastri e consumati.

 

 

 

 

La processione esce dal paese, accompagnata dal prete protestante, dalla gioia dei bambini, dai bufali bardati e dalle urla degli uomini che portano la bara che inscenano una specie di gara (parenti del defunto vs parenti della vedova) tirando l’arca da una parte e dall’altra, ridendo e sudando.

 

Quando il sarcofago ritorna viene issato in una torretta costruita per l’occasione.

I bufali vengono, a volte, utilizzati in vari combattimenti per divertire il pubblico che osserva accorato, scommettendo ora su quello ora sull’altro.

 

 

 

Gli allevatori di bufali sono tra le persone più ricche in Sulawesi, anche se il loro lavoro è spesso duro.

Il mercato di bufali di Rantepao c’è una volta ogni sei giorni, anche se tutte le mattine è possibile trovare in vendita gli animali portati da molto lontano, che vengono ospitati in una parte coperta del mercato, costruito apposta dal governo.

Gli acquirenti osservano, tastano, scelgono, mentre i venditori rifocillano l’animale di erba verde e gli lisciano il pelo, tirato a lucido come fosse la carrozzeria di un’auto nuova.

 

 

L’animale più pregiato è quello maculato, che arriva a costare anche migliaia di euro: nei rituali e nei sacrifici è considerato fondamentale, e almeno uno non deve mancare nei funerali importanti.

 

Il secondo giorno del funerale è dedicato agli incontri privati tra la famiglia e gli invitati, incontri che comunque avvengono in un luogo pubblico, nella via principale del villaggio.

 

E mentre gli uomini chiacchierano, le donne cucinano pa’pyong, carne di maiale cotta nei tronchi di bamboo.

 

Il terzo giorno (ma il momento degli incontri privati può durare di più) è il giorno del sacrificio dei bufali. Gli uomini della famiglia si riuniscono con tutti gli animali nella piazza principale e fanno la conta delle bestie donate al defunto.

 

E poi iniziano le trattative. Di ogni bufalo viene stimato il prezzo da una specie di “maestro di tradizione” e uno tra i parenti, di solito il figlio, decide a chi dare il bufalo (in accordo con la vedova).

Un bufalo viene regalato alla chiesa, uno al governo, uno viene usato per pagare le decorazioni, uno per chi ha organizzato il funerale, e così via… Ogni volta che viene decisa l’assegnazione di un bufalo, questo viene consegnato al nuovo proprietario con tanto di foto e stretta di mano.

 

I bufali rimasti sono quelli per il sacrificio.

I bufali vanno uccisi con un colpo secco alla gola, un colpo che tranci la trachea e non permetta loro di respirare.

 

Ogni animale qui in Sulawesi ha il suo modo per essere ammazzato, ad esempio il maiale con un colpo sul lato della testa e  il cane con un bastone infilato tra gli occhi.

Un uomo con un coltello stretto e lungo è destinato a compiere il sacrificio. Nel giro di un minuto taglia la gola a tutti i bufali.

 

Dal collo degli animali sprizza sangue a fiotti, assieme a rantoli e a liquami giallognoli.

 

Una bestia cade a terra subito, drizzando le zampe in maniera innaturale, un’altra sfugge imbizzarrita tra la gente per cadere a terra poco dopo, un’altra ancora si schiaccia contro una costruzione di legno, un’altra rotola sul cadavere di un altro bufalo.

L’aria si riempie di odore di sangue e la terra brilla del rosso del sangue.

 

Una volta a terra gli animali respirano ancora, affannosamente, ma sempre più lenti. Fino a morire.

 

Una bestia si rialza, fa qualche passo. Il coltello subito le allarga la ferita e lei ricade a terra, rigirando la testa all’indietro. Qualche secondo ed è immobile, come tutte le altre.

 

Non appena gli animali smettono di respirare è la volta dello scuoiamento.

 

Uomini esperti, con piccoli coltellini che estraggono dal loro sarong, si sistemano tra i corpi scuoiando gli animali con precisione chirurgica.

E  improvvisamente i cadaveri divengono bistecche rose e bianche, come quelle che siamo abituati a vedere al supermercato.

 

 

Le pelli vengono raccolte e fatte seccare, più avanti verranno vendute fuori dall’Indonesia.

 

Le corna vengono staccate con tanto di ossa, e adorneranno la Tongkonan della famiglia del defunto.

I corpi de La carne invece verrà smembrata e ridotta in piccole parti per essere distribuita tra tutti i partecipanti al funerale, che così avranno cibo a sufficienza per un bel po’ di tempo.

 

Successivamente la bara del defunto viene trasportata nel luogo della sepoltura.

Inizialmente i Toraja lasciavano i corpi in arche di legno in caverne naturali, successivamente svilupparono una tecnica che, anche in questo, li rende unici in tutto il mondo: le famiglie scavano nelle rocce delle tombe che chiudono poi con delle porte di legno, con il risultato di creare dei cimiteri in grandi pareti rocciose che si presentano tutte forate.

 

 

A guardia delle tombe i Toraja mettono i Tau Tau, statue di legno che riproducono a grandezza naturale i defunti, che siano allo stesso tempo ricordo per i posteri e guardiano delle tombe.

 

 

 

 

 

Periodicamente, sempre dopo il sacrificio di almeno un bufalo, i vestiti dei Tau Tau vengono sostituiti e le statue riposizionate.

 

Ultimamente, a causa anche del costo elevato delle tombe scavate nella roccia (e del lungo tempo necessario per la loro costruzione) i Toraja sono ritornati a lasciare i corpi nelle grotte naturali, questa volta dentro a delle bare, in una curiosa commistione di antico e moderno, ossa e cadaveri freschi. Nelle grotte, con una lampada a gas e una guida, ci si può anche entrare, e l’esperienza è suggestiva…

 

Soprattutto se, come nel caso delle grotta di Londa, l’ultimo pezzo è talmente stretto che occorre strisciare a terra per poterla percorrere interamente.

 

Non tutti però vengono seppelliti in questo modo, esclusi dalle pratiche sopra descritte ci sono infatti i bambini nati morti o deceduti prima di aver messo i denti da latte.

 

Per loro non c’è funerale, né celebrazione, ma, appena morti, vengono portati in uno degli alberi per la sepoltura.

 

Alla base di questa tradizione (Aluk To Dolo, the way of ancestor) c’è una leggenda, che vuole che una famiglia Toraja avesse dato alla luce per quattro volte quattro figli morti in tenerissima età, la prima volta essi lasciarono il cadavere in un’arca di legno, la seconda volta, in una tomba di roccia, la terza in una caverna e per il quarto, dopo una breve consultazione dei saggi del villaggio, decisero di seppellirlo in un albero di Kambira. Il quinto figlio sopravvisse.

 

L’albero di Kambira produce un latte bianco, se viene spezzato, e i Toraja credono che, seppellito in un buco nel tronco dell’albero il bambino possa continuare a nutrirsi e vivere nell’albero. Una volta seppellito il corpo all’interno del Kambira la corteccia, precedentemente rimossa accuratamente, viene rimessa al suo posto e sigillata con  legno e fibre vegetali, perché la ferita nell’albero si rimargini presto e l’albero cresca attorno ad essa, inglobando il corpo del bambino al suo interno.

 

 

 

E l’albero crescerà e il bambino crescerà con lui.

 

 

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lunedì, 07 settembre 2009

Tanto scalpore per Videocracy, per il rifiuto da parte delle tv di mandare in onda il trailer, per i contenuti scottanti, per le rivelazioni.

In realtà in quel documentario non c'è davvero niente di nuovo.

Il regista, la cui voce fuori campo irrita un po', segue le storie di tre personaggi: Lele Mora, Fabrizio Corona e Riccardo, un giovane ragazzo che vuole entrare a tutti i costi nel mondo dello spettacolo.

Niente di nuovo dai primi due protagonisti. Corona racconta la sua vita tra serate in discoteca e carcere, il tutto vissuto con la solita aria da sbruffone annoiato e avido, mentre Lele Mora vive la sua vita dorata nella villa in Sardegna, tra palestrati e bellone. Interessante invece il punto di vista di Riccardo, uno di quelli che cercano in ogni modo di sfondare, senza paura di rendersi ridicolo, senza accorgersi di essere patetico ("gli uomini sono più sfortunati riguardo ai compromessi, prenderlo in quel ehmm... insomma, è peggio che per le ragazze, ma per un film da protagonista lo farei").

Nel complesso è tutto già visto e già ascoltato, uno spaccato non della tv ma di un certo tipo di potere extratelevisivo (nè Mora nè Corona sono autori nè registi nè produttori) che succhia soldi e popolarità alla tv, alimentandola ma non creandola.

E poi c'è Berlusconi. Che non c'entra niente. Pretestuosamente appiccicato al documentario per fare notizia, per far sì che il trailer non giri nelle tv nazionali ottenendo di contro moltissima pubblicità sui giornali e sul web. Berlusconi usato come specchietto per le allodole per attrarre al cinema chi lo odia e chi vuole rivedere nei 90 minuti di documentario quello che già pensa. Una mossa di marketing efficace che ha saputo cogliere nel segno (la sala ieri sera era piena). Ma Berlusconi in questo racconto, che parla del potere della tv, senza però far parlare chi la tv la fa o chi la tv la vede, non c'entra niente.

Alla fine spiace molto per Riccardo, vittima inconsapevole di un'idea di documentario che forse non era quella che gli era stata prospettata (lo stesso vale per Mora e Corona, per i quali spiace un po' meno). Il povero Riccardo, "usato" allo stesso modo in cui vengono "usati" i personaggi dei reality show.

Da notare poi come la condanna alla tv che esibisce tette e culi venga da un documentario che esibisce un cazzo. Quello di Fabrizio Corona, massaggiato sotto la doccia e ben oliato fuori da essa.

Stessi strumenti per lo stesso scopo: acchiappare pubblico. Con successo.

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venerdì, 24 luglio 2009

Domani mi sposo. E sarà la più bella giornata della mia vita. Attorno a me la mia famiglia, le persone con cui sono cresciuto, quelle che mi vogliono bene, i colleghi più cari, e la nuova famiglia, quella della sposa, che mi ha accolto come un figlio. E ci saranno le fedi e i paggetti e il velo della sposa, e le bolle di sapone fuori dalla chiesa e anche il riso, ci sarà una barca per festeggiare e la gioia di stare assieme e ridere e divertirsi.

Pensavo non mi sarei mai sposato, pensavo non avrei mai trovato la persona giusta, quella che senti subito che è la donna della tua vita. Pensavo che anche se l'avessi trovata non avrei mai avuto il coraggio di sposarmi, di dire sì e dirlo per sempre. E invece eccomi qua, così convinto di quel "per sempre" che ho voluto scriverlo anche sulle partecipazioni di nozze. Mariachiara è tutto quello che potrei desiderare dalla vita, premurosa e innamorata, amorevole e forte, comprensiva ma severa, intelligente e acuta, passionale e romantica, colta e sensibile, e poi è bellissima.

E quegli anelli che mi ha regalato uno dei miei più cari amici, uno dei miei testimoni di nozze, così lucidi e così semplici, domani saranno simbolo di un amore che mai avrei pensato di poter vivere e tenere per me.

Domani parte il viaggio più bello e ringrazio tutti quelli che, nonostante mille difficoltà, saranno di fianco a noi domani e anche quelli che, per un motivo o per un altro, ci vogliono bene ma non saranno con noi.

Ma soprattutto grazie lo dico a Mariachiara, che ha saputo credere nel nostro rapporto anche quando io non ci credevo, quando mi sembrava tutto troppo grande per essere vero. Hai saputo capirmi, amarmi, cambiarmi, migliorarmi, darmi tutto quello di cui avevo bisogno, senza paura di perdere qualcosa di te, senza paura di darmi tutto quello che avevi e anche di più. Sei tu che mi hai insegnato ad amare, l'ho imparato dai tuoi gesti e dalle tue parole, mano a mano ho imparato a darti quello che mid avi tu. Ed ora è prorompente, magnifico, unico. Grazie ancora. E grazie ancora perché domani mi dirai sì (si spera!) e anche tu lo dirai per sempre.

Perchè solo con te so cosa vuol dire per sempre.

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sabato, 18 luglio 2009

Tra poco parto con alcuni grandi amici alla volta di Barcellona. Il volo ce l'abbiamo nel pomeriggio e per cena saremo sulla Rambla o lì attorno. Poi ci aspetta tutta la notte. La notte del mio addio al celibato, senza fare nulla di particolare, solo stando in giro tutta notte con gli amici più cari. Domani mattina il volo di ritorno, arriveremo all'aeroporto stanchi morti ma, ne sono sicuro, felici e davvero contenti.

E tra una settimana a quest'ora avrò già la fede al dito...

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martedì, 14 luglio 2009

Date un'occhiata a questo video... Geniale!

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venerdì, 03 luglio 2009

Mancano 22 giorni al matrimonio. Inizio a pensarci un po' troppo durante la giornata...

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giovedì, 25 giugno 2009

Sono le 20:30 e il sole è ancora indeciso se tramontare o no, indugiando sul mare e colorando il cielo a poco a poco di tinte diverse.

Il mio piccolo aereo da trenta posti (quasi tutti liberi) si lascia le montagne alle spalle e punta dritto veso il mare, come preferendo quella pista infinita rispetto alla piccola lingua di asfalto di Fiumicino. E mentre punta verso Ovest sorvoliamo piano la città. Voliamo bassi e ci lasciamo in alto le poche nuvole che riempiono il cielo sopra Roma.

Per primo riconosco lo Stadio, poi le spire del Tevere, ed ecco Villa Borghese e Piazza del Popolo piena si stand dal tetto bianco e poi Via del Corso e Piazza di Spagna.

L'aereo vira verso destra e ora non vedo più il cielo ma soltanto la città. L'isola Tiberina, Piazza Venezia, i Fori Imperiali. Attraverso la velocissima elica di metallo che (magia!) sostiene, in coppia con la sua amica, quella piccola macchina volante, riconosco il Colosseo e: Eccolo! Il tetto di casa mia!

Con una virata dolce giriamo verso il sole e la città non la vedo più; e dal mare ancora verso la terra, mentre il sole quasi quasi si nasconde.

Ecco la pista. Ci avviciniamo piano.

Rullaggio.

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venerdì, 12 giugno 2009

Ma quanta fortuna ci vuole affinchè la ciabatta infradito, portata con disinvoltura in metropolitana, scivoli decisa e rapida dal piede sudaticcio, esattamente nel momento in cui la donna, sui 40 portati male, affronta il passo decisivo che dal mezzo di trasporto conduce alla banchina sotteranea su cui si aspetta o si arriva, finendo, la scarpa suddetta e non la donna, nella fessura di dieci centimetri circa che conduce dritto alla fossa dei binari, lasciando la denudata al piede con un palmo di naso, naso proteso verso la fessura che diventa baratro allo spostarsi del mezzo per scoprire la perduta abbandonata tra i binari?

Ci vuole tanta fortuna, ma ancora più fortuna ci vuole per assistere alla scena e ottenere una carica di ilarità per affrontare la giornata...

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mercoledì, 10 giugno 2009

Ormai da qualche giorno è on line il nostro blog di nozze, con il racconto del nostro viaggio, i link agli hotel, qualche foto di Giava, Papua e Bali, le indicazioni per arrivare alla chiesa e qualche altra cosa, come un paio di foto di Varenna, il piccolo gioiellino dove ci sposeremo.

Qui aggiungo anche qualche foto del Piroscafo Concordia, la barca dove faremo il pranzo dopo il matrimonio.

DSCN1911 da murrus.

Nella colonna a destra c'è anche la possibilità di lasciarci dei messaggi d'auguri, in basso sulla pagina principale la possibilità di partecipare alla Lista Nozze.

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martedì, 02 giugno 2009

Sono in Egitto. Un po' per caso, un po' controvoglia.

Sono nel Sinai, in uno di quei posti dove mai avrei pensato di andare, il numero mille nei luoghi dove sognavo di mettere piede: Sharm El Sheik.

Ci sono capitato perchè ho vinto un concorso e il volo doveva essere usato entro questo mese. Fino al giorno prima sono rimasto incerto sul da farsi, partire o non partire, soprattutto per il fatto di dover partire da solo. Il biglietto vinto, infatti, era per una sola persona. Non perchè mi spaventi viaggiare da solo, quello no, non sarebbe certo la prima volta, ma sostanzialmente per due motivi: il primo perchè sono stato in Egitto l'anno scorso e l'ho visitato in lungo e in largo e Sharm e dintorni non offrono niente che possa io comprare con il mio soldo giornaliero di curiosità, secondo motivo, e più importante, è il mio matrimonio imminente. Non devo preparare niente, ma mi è dispiaciuto partire e lasciare la mia futura moglie, ormai da un bel po' un pezzo di me, a casa. E più del dispiacere è, ora, la mancanza, acuita dalla noia delle giornate tutte uguali sulla costa del Mar Rosso.

Ma nonostante la malinconia cerco di godermi queste giornate in cui mi sveglio, gioco forza, troppo presto. Faccio colazione al ricco buffet dove tutto ha lo stesso sapore (e lo stesso lo avrà alla cena) e mi incammino verso la spiaggia, a cinque minuti dall'Hotel. L'albergo è davvero bello, nuovo, con ambientazione Araba, dal nome vagamente coloniale (Hotel Oriental Rivoli) così come vagamente coloniale è l'aria che si respira tra copie di quadri orientaleggianti e pezzi da quattro soldi comprati al mercato di Sharm.

Tra le piscine dell'Hotel si muovono soprattutto i russi che qui hanno soppiantato gli italiani che avevano occupato la città per trent'anni. Chi lavora qui e ha già dei figli grandi parla perfettamente l'italiano e i suoi dialetti, chi di figli non ne vuole ancora sentir parlare conosce almeno i rudimenti di russo e sa come si serve una vodka fatta bene. Tempi che cambiano...

Naama Bay è un non luogo che potrebbe essere ovunque, con i suoi bellissimi hotel schierati uno dopo l'altro, le palme, i giardini innaffiati, i bar, i ristoranti e i locali orientali che si ispirano più agli equivalenti europei che non a quelli che realmente popolano l'oriente, cioè l'angolo di là della strada.

In spiaggia spadroneggiano muscolosi russi tozzi e bianchicci, con grossi baffi e costumi firmati. Accanto a loro donne di ogni classe sociale, abbastanza carine fino ai vent'anni, decisamente mostruose sopra quell'età. E tra gli ombrelloni è tutto un spalmarsi di creme ad alta protezione, mentre l'altoparlante rovescia sulla spiaggia annunci in inglese, russo e, a volte, italiano (alle 11, tutti i giorni, la partita di pallavolo con il derby Italia vs Russia)

Passeggio dalla mia spiaggia, la prima della baia, fino all'ultima, quella del bellissimo Iberotel. In venti minuti di cammino mi fermano almeno in dieci, proponendomi le stesse escursioni (e domani vado a fane una al parco nazionale in barca, forse anche per evitare che me lo chiedano per l'ennesima volta). Accanto alle donne arabe (poche e non egiziane) coperte dalla testa ai piedi con l'abito tradizionale (le povere) o con una tutina aderente sintetica tipo muta da sub (le ricche), spopolano occidentali in tanga e, a volte, topless, non curanti non dico del rispetto del buon gusto (non si tratta certo di modelle nè di ragazze carine) ma almeno della cultura del luogo...

Mentre sto per arrivare alla fine della lingua di spiaggia, dove alla sabbia grigia si sostituisce quella gialla dell'Iberotel che ha coperto gli scogli con un po' di deserto portato a camionate, mi volto. E vedo un fiume di ombrelloni e sdraio e gente e barche e escursioni.

Penso che non ci tornerò mai più in questo angolo di mondo, e questa volta (per la prima volta in un mio viaggio) senza nessuna tristezza...

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lunedì, 01 giugno 2009

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mercoledì, 27 maggio 2009

E anche quest'anno è stato 48 hour film project... Un progetto mondiale in cui bisogna scrivere girare e montare un cortometraggio in 48 ore, basandosi su un genere, un personaggio e una linea di dialogo dati in precedenza.

Il genere che ci è capitato quest'anno è stato "Detective / Cop" e quello che ne è risultato si intitola "Sano o Salvo" per la regia di Alessio Muzi,  la mia sceneggiatura e la grandissima prova d'attore di Christian Letruria.

Il mini film è una scarica di adrenalina ambientata in un manicomio, con tanto di interrogatorio, poliziotto e morto ammazzato.

Bello, davvero bello.

Per chi fosse interessato a vederlo venerdì dalle 18 all'Aula Magna del Rettorato dell'Università La Sapienza di Roma verrà proiettato cn gli altri in concorso. In serata ci sarà la premiazione, io mancherò, ma ci saranno quasti tutti quanti. Per chi invece potesse frenare la propria curiosità, tra poco sarà su youtube e su questo blog.

Intanto qualche foto ancora...

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